Il ritorno dello scià e la transizione contesa: Reza Pahlavi si prepara a guidare l’Iran post-Khamenei
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Redazione Esteri
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Da quasi mezzo secolo non mette piede in patria, eppure Reza Pahlavi, il primogenito dell’ultimo scià di Persia, non ha mai smesso di considerarsi una opzione per il futuro dell’Iran. Da due settimane si trova in Europa, dove ha partecipato alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, e da lì segue gli sviluppi di una guerra che, nelle sue parole, rappresenterebbe un vero e proprio “intervento umanitario” a sostegno di un popolo che da decenni subisce quella che lui definisce una dittatura teocratica. La sua assenza dall’Iran dura da quarantotto anni, ma il momento per fare ritorno, dice, potrebbe essere finalmente arrivato: non appena la situazione lo permetterà, prenderà un aereo alla volta di Teheran, pronto a raccogliere l’eredità morale di una sollevazione popolare che, a suo dire, sta portando il regime degli ayatollah al collasso definitivo.
L’ambizione di Pahlavi, va detto, non è quella di ripristinare la monarchia assoluta che fu di suo padre Mohammad Reza, bensì di guidare una fase di transizione che conduca il Paese verso libere elezioni e una nuova architettura costituzionale. Il suo piano, battezzato “Iran Prosperity Project”, prevede una gestione meticolosa dei primi cento giorni dopo la caduta della Repubblica Islamica, con l’obiettivo dichiarato di garantire la continuità dei servizi essenziali, la sicurezza delle infrastrutture critiche e la piena trasparenza in materia nucleare di fronte all’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Una volta che il popolo avrà scelto la propria forma di governo, ha promesso, il suo esecutivo si scioglierà. Eppure, nonostante queste rassicurazioni, molti iraniani serbano ancora il ricordo della SAVAK, la famigerata polizia segreta fondata con l’aiuto della Cia e del Mossad, che sotto lo Shah represse nel sangue ogni dissenso, spianando di fatto la strada – eliminando la sinistra laica – all’ascesa del clero sciita che nel 1979 avrebbe poi dato vita alla rivoluzione khomeinista.
Parallelamente alle dichiarazioni del principe in esilio, il quadro politico interno all’Iran cerca faticosamente di trovare un assetto dopo la morte del leader supremo Ali Khamenei, avvenuta nel corso dei raid congiunti di Stati Uniti e Israele. Le autorità di Teheran hanno annunciato la formazione di un consiglio provvisorio, composto dal presidente Masoud Pezeshkian, dal capo della magistratura Gholam Hossein Mohseni Ejeie e dal presidente del parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, a cui si è aggiunto l’ayatollah Alireza Arafi in rappresentanza del Consiglio dei Guardiani. Un organo collegiale, insomma, che dovrebbe traghettare il Paese verso la designazione del successore di Khamenei. Tra le ipotesi, peraltro, circola insistentemente quella di Mojtaba Khamenei, il figlio della guida uccisa, che potrebbe raccoglierne l’eredità in una sorta di passaggio dinastico, per quanto atipico, all’interno della teocrazia.
Le riserve di Trump e il peso della diaspora
Se da un lato Pahlavi si propone come l’ago della bilancia di una transizione ordinata, dall’altro deve fare i conti con le dichiarazioni, tutt’altro che entusiastiche, del presidente degli Stati Uniti. Durante una recente conferenza stampa alla Casa Bianca con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, Donald Trump ha espresso più di una perplessità sulla figura del principe ereditario, affermando di preferire “qualcuno dall’interno” per guidare il Paese dopo la scomparsa di Khamenei. Sollecitato da una giornalista, il presidente ha ammesso che Pahlavi potrebbe essere una opzione, ma ha subito aggiunto di non sapere “se il suo Paese accetterebbe la sua leadership”, sottolineando come molti dei possibili candidati alternativi siano ormai “morti”. Un’incertezza, quella della Casa Bianca, che getta più di un’ombra sulle ambizioni del figlio dello scià.
Nonostante ciò, Pahlavi continua a tessere la sua tela, facendo leva soprattutto sulla diaspora iraniana, che negli ultimi mesi ha dato vita a imponenti manifestazioni di piazza nelle capitali occidentali. In un videomessaggio diffuso sui social, ha esortato i connazionali all’estero a contattare i rappresentanti politici dei Paesi in cui risiedono, spingendoli a mantenere alta l’attenzione fino al definitivo “crollo” della Repubblica Islamica. Un appello che ha trovato eco nelle parole di Mariofilippo Brambilla di Carpiano, presidente dell’Associazione Italia-Iran, il quale ha dichiarato all’Adnkronos che le prossime ore saranno determinanti e che l’obiettivo primario dell’offensiva militare in corso è proprio il cambio di regime, nonostante i tentativi di ridimensionare la portata dell’intervento.
L’offensiva curda e la frammentazione del fronte
La situazione, sul terreno, si fa sempre più complessa. Mentre Pahlavi parla di transizione democratica e Trump temporeggia, una offensiva di terra è stata lanciata nel nord-ovest dell’Iran da migliaia di miliziani curdi, i quali avrebbero aperto un nuovo fronte destinato a logorare ulteriormente le già provate difese di Teheran. Secondo fonti statunitensi, la Cia sarebbe al lavoro per armare e coordinare le forze curde, nel tentativo di fomentare una rivolta popolare che possa approfittare del vuoto di potere creatosi con la decapitazione dei vertici politici e militari. L’obiettivo dichiarato dell’amministrazione Trump, del resto, non è mai stato l’invasione con truppe di terra, bensì la creazione delle condizioni per un collasso interno, sfruttando le fratture etniche e politiche che attraversano da sempre il Paese.
Tuttavia, l’eventualità di un ritorno dei Pahlavi non è priva di ombre. Il principe stesso, nel corso della sua intervista rilasciata da una località protetta in Europa, ha riconosciuto che la morte di Khamenei non equivale automaticamente alla fine del regime, e che la battaglia è tutt’altro che conclusa. Le immagini di Teheran, peraltro, raccontano di un Paese spaccato: accanto a manifestazioni di giubilo e danze in alcune città come Karaj e Dehloran, dove sono state abbattute statue del leader supremo, si moltiplicano le scene di lutto tra i fedeli riuniti nelle piazze, vestiti di nero e in lacrime per la scomparsa di colui che per trentasei anni ha governato con il pugno di ferro la Repubblica Islamica. Una frattura che rende il futuro dell’Iran quanto mai incerto.




