L’appello di Pahlavi da Roma: «Pronto a guidare l’ultimo assalto al regime, ma servono aree protette»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non una semplice intervista, e neppure l’ennesima dichiarazione di circostanza da parte di un esule di lungo corso. Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià di Persia, ha scelto Roma e il Centro Studi Americani per un’operazione politica dal profilo nitido, quasi chirurgico: presentarsi come il possibile punto di coalescenza di un dissidio popolare che, ormai da tempo, rosicchia le fondamenta del regime teocratico di Teheran. L’incontro con la stampa italiana ed estera – trasmesso in diretta e realizzato in collaborazione con il Centro Studi Friedman – ha restituito l’immagine di un uomo che punta tutto sul carisma personale e sulle relazioni internazionali accumulate negli anni, piuttosto che sulla sola discendenza dinastica. Una scelta, quest’ultima, che lo pone in una posizione ambivalente: da un lato erede di una monarchia spazzata via nel 1979, dall’altro potenziale aggregatore per chi, dentro l’Iran, non riconosce più legittimità agli ayatollah.

Un regime ferito che cerca vendetta

«Un regime ferito è un regime pericoloso». La frase, pronunciata da Pahlavi nel corso del programma “Cinque Minuti” condotto da Bruno Vespa, riassume la diagnosi che l’oppositore offre della situazione interna alla Repubblica islamica. Secondo la sua lettura – suffragata da contatti costanti con attivisti e fonti sotterranee nel paese – la leadership di Teheran non sarebbe mai stata così vulnerabile come oggi, nonostante abbia finora retto l’urto di una guerra scatenata da Stati Uniti e Israele. Ma è proprio questa fragilità, avverte Pahlavi, a rendere il regime incline a scatti di rabbia improvvisi: «cerca vendetta prima di tutto contro la sua popolazione, ma anche contro tutti i protagonisti coinvolti in questo scontro». Una sottolineatura che sposta l’attenzione dalle dinamiche militari esterne alla repressione interna, dove il dissenso popolare viene strozzato con una ferocia che, agli occhi di molti osservatori, tradisce il timore di una crisi ormai irreversibile.

Le condizioni per il ritorno: sicurezza e aree protette

Pahlavi non si è limitato a descrivere uno scenario di collasso imminente. Ha invece messo sul tavolo una disponibilità precisa, seppur vincolata a clausole che rivelano la prudenza di chi conosce i rischi di un’operazione del genere. «Pronto ad andare in Iran» per guidare «l’ultimo assalto al regime» – ha detto – ma a condizione che esistano «condizioni di sicurezza» e «aree protette» da cui operare. Un’affermazione che, tradotta in termini pratici, equivale a chiedere una garanzia internazionale prima di qualsiasi mossa sul terreno. Il riferimento alle aree protette non è casuale: richiama alla mente le zone cuscinetto o i territori sorvegliati da caschi blu o missioni di osservatori, uno scenario che richiederebbe un consenso diplomatico ampio. Il fatto stesso che Pahlavi lanci un simile appello da Roma, e non da Washington o Londra, suggerisce una ricerca di legittimazione europea, forse nella convinzione che l’Europa possa giocare un ruolo di bilanciamento rispetto all’asse Usa-Israele, percepito da molti iraniani come troppo aggressivo.

La transizione non violenta come orizzonte politico

L’aspetto forse più rilevante dell’intervento romano di Pahlavi risiede nell’insistenza sulla natura pacifica della transizione auspicata. «Con il sostegno internazionale sono pronto a guidare la 'rivoluzione' pacifica del popolo iraniano», ha dichiarato, mettendo le virgolette proprio su quella parola – rivoluzione – che tanta parte ha avuto nella storia recente del paese. Un modo per prendere le distanze sia dalla violenza che ha segnato la presa del potere degli ayatollah nel ’79, sia dalle derive armate di alcune fazioni dell’opposizione in esilio. Pahlavi si presenta così come il volto di un cambiamento che vorrebbe costituzionale e negoziato, più che insurrezionale. Resta da vedere se, all’interno dell’Iran, quel messaggio venga recepito come una reale alternativa o come l’ennesima riedizione di un sogno monarchico che il tempo ha reso polveroso. Quel che è certo è che, per la prima volta dopo anni, qualcuno prova a cucire insieme i frammenti di un’opposizione senza centro, usando Roma come palcoscenico e la parola come unica arma.

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