Iran, la luce dell'esilio: i Pahlavi e le proteste contro il regime
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Redazione Esteri
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“La luce trionferà sulle tenebre”. Con questo antico monito, carico di una speranza mai sopita, Farah Diba Pahlavi, che da ottantasette anni vive lontano dalla sua patria, accompagna lo sguardo verso un Iran nuovamente in tumulto. Moglie dell’ultimo scià, Mohammed Reza Pahlavi, ha trascorso decenni in un esilio che non è mai stato rassegnato, nell’attesa che il paese emergesse dal lungo crepuscolo instaurato dalla Repubblica Islamica per abbracciare finalmente un’alba di libertà. Un’attesa che, dalle piazze di Teheran e di altre città, a partire dal 28 dicembre 2025, sembra aver ritrovato un impeto inedito, mentre i cittadini scendono in strada per protestare contro la crisi economica ma, in modo ancor più significativo, contro il governo stesso degli ayatollah.
L'appello al cuore delle forze armate
In questo quadro teso, la voce di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo sovrano, si è levata con un messaggio diretto e per molti versi cruciale. Attraverso il suo account su Twitter, ha rivolto un appello alle forze armate, cercando di scavare un solco tra l’istituzione militare nazionale e l’attuale potere. “Voi siete l’esercito nazionale dell’Iran, non l’esercito della Repubblica Islamica”, ha dichiarato, sottolineando come il loro dovere fondamentale sia quello di “proteggere la vita dei vostri compatrioti”. Un tentativo, il suo, di incoraggiare una frattura all’interno dell’apparato di sicurezza, affinché qualcuno, come spesso accaduto nelle rivolte del passato, possa decidere di non reprimere i manifestanti.
Il sostegno della diaspora e i contatti con Washington
All’estero, intanto, il sostegno alla figura di Pahlavi come possibile guida per una fase di transizione si consolida in alcuni ambienti. Lo stilista Farhad Re, espressione di una diaspora influente, ha espresso senza mezzi termini la sua fiducia: “Penso che solo un governo di transizione, guidato dal figlio dello Scià scomparso, Reza Ciro Pahlavi, possa compiere il miracolo”. Ha quindi lanciato un appello alla comunità internazionale, auspicando “un forte sostegno, non soltanto da parte di Trump”, il presidente degli Stati Uniti, ma da tutti i governi. Una speranza che sembra trovare conferma in dinamiche già in atto: fonti giornalistiche americane, infatti, hanno rivelato che l’inviato della Casa Bianca Steve Witkoff ha incontrato segretamente, nel fine settimana, proprio Reza Pahlavi. L’oggetto di quel colloquio riservato, stando a quanto riferito da un alto funzionario statunitense, erano le proteste che continuano a infuriare nel paese.
Le proteste e il peso della storia
Le manifestazioni, che hanno riacceso i riflettori sul malcontento popolare, si inseriscono in una cronaca più ampia e spesso segnata da episodi di nera repressione. Senza scendere in dettagli superflui, è noto come le indagini sulle violenze avvenute durante precedenti sollevazioni, alcune delle quali ancora oggetto di esame da parte di organismi giudiziari internazionali, abbiano lasciato cicatrici profonde nella società. Oggi, mentre nuove generazioni sfidano il potere rischiando tutto, il richiamo simbolico della ex famiglia imperiale – con il suo bagaglio di storia controversa e di nostalgia per alcuni – diventa un tassello in più in un puzzle estremamente complesso, dove la ricerca di un’alternativa al regime si scontra con le ferite del passato e le incognite del futuro.




