Monaco e Toronto, due grandi manifestazioni contro il regime iraniano: Trump parla di cambio di regime e Pahlavi si dice pronto a guidare la transizione

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La cornice della Conferenza sulla sicurezza di Monaco, che riunisce in questi giorni centinaia di leader mondiali per dibattere le principali sfide globali, è stata letteralmente presa d’assalto da un’ondata umana di proporzioni colossali. Oltre duecentocinquantamila persone, secondo le stime delle forze dell’ordine locali, hanno invaso le strade della città bavarese per gridare la loro opposizione al regime degli ayatollah, in quella che si configura come una delle più imponenti mobilitazioni della diaspora iraniana dagli albori della Rivoluzione islamica del 1979 -1-2. Quasi in contemporanea, dall’altra parte dell’Atlantico, un fiume di manifestanti ha percorso Yonge Street a Toronto, nel quartiere di North York, dove le autorità canadesi hanno contato circa trecentocinquantamila partecipanti, tutti uniti dal medesimo grido di libertà e dalla richiesta di una svolta politica per il loro paese d’origine -3-8.

A dare e coordinamento a questa mobilitazione planetaria, che ha visto raduni significativi anche a Los Angeles, Amsterdam, Roma e in più di cinquanta città nel mondo, è stata la chiamata alle armi pacifica di Reza Pahlavi, il figlio dell’ultimo Scià deposto, che vive in esilio negli Stati Uniti -1-7. La sua presenza a Monaco, dove ha potuto respirare l’aria carica di aspettative di una piazza oceanica, ha rappresentato un momento simbolico di straordinaria potenza. Pahlavi, infatti, non si è limitato a sfilare tra la folla, ma ha lanciato un messaggio chiaro e diretto, dichiarandosi pronto a «guidare una transizione» democratica in Iran, pur proclamandosi neutrale rispetto all’esito di eventuali libere elezioni e sottolineando di non voler imporre alcuna restaurazione monarchica -1-5.

Sullo sfondo di queste imponenti manifestazioni, che segnano un’escalation della protesta a livello internazionale, si staglia la posizione della nuova amministrazione statunitense guidata da Donald Trump. Il presidente, parlando a poche ore dall’inizio dei lavori della conferenza di Monaco, non ha usato giri di parole: ha definito il «cambio di regime» in Iran come «l’obiettivo politico più desiderabile», sottolineando come sarebbe «la cosa migliore che possa accadere» per il popolo iraniano -1. Una dichiarazione, questa, che suona come un endorcement pesante alle richieste della piazza e che getta un’ombra ulteriore sui già tesi negoziati in corso sul programma nucleare di Teheran. Pahlavi, forte di questo vento che soffia da oltreoceano, ha esortato Trump a sostenere concretamente il popolo iraniano, ricordandogli che «si fida di lui» e chiedendogli di aiutarlo a «seppellire il regime» -1.

Queste proteste, le più vaste dalla fine di dicembre quando l’Iran è stato scosso da una nuova ondata di sollevazioni popolari, affondano le radici in un terreno intriso di sangue e repressione. Le manifestazioni, nate inizialmente come reazione alla crisi economica e al crollo della valuta nazionale, si sono rapidamente trasformate in un movimento che chiede a gran voce la fine della teocrazia sciita -3-8. La risposta delle autorità iraniane è stata, come denunciato da diverse organizzazioni per i diritti umani, di una violenza inaudita: si contano, a oggi, oltre cinquantamila arresti e un numero di vittime che le stime più aggiornate collocano attorno alle trentaseimila persone, uccise in soli due giorni all’inizio di gennaio durante quella che è stata definita una vera e propria carneficina -1-4-6. È questo stillicidio di lutti e violenze, che ha colpito duramente anche studenti, medici e professionisti, a dare oggi una spinta propulsiva senza precedenti alle mobilitazioni della diaspora, trasformando il grido di dolore in una precisa domanda politica che risuona potente da Monaco a Toronto, passando per decine di altre piazze internazionali -3-4-5.

Pahlavi e la sfida della leadership: dalla piazza di Monaco all’appello all’azione

Reza Pahlavi, che non mette piede in Iran dall’esilio forzato seguito alla rivoluzione del ’79, si è presentato alla folla di Monaco con un piglio da leader in pectore, consapevole del ruolo centrale che molti manifestanti, specialmente tra i giovani, sembrano volergli attribuire. In molti, tra i partecipanti al raduno di Toronto, sventolavano bandiere con il leone e il sole, il simbolo dell’Iran pre-rivoluzionario, e gridavano cori come «una soluzione: rivoluzione» o «il re tornerà», a testimonianza di una nostalgia monarchica che, sebbene non unanime, rappresenta un potente collante emotivo per una parte consistente dell’opposizione -5-8. Pahlavi, da parte sua, ha cercato di bilanciare questo entusiasmo con una retorica inclusiva, ribadendo di volere solo un Iran democratico e laico, senza tuttavia mai rinnegare del tutto la figura paterna, un aspetto questo che continua a renderlo figura controversa per alcuni settori dell’opposizione, in particolare per chi teme una semplice sostituzione di dittatura -2-9.

La repressione in patria e l’onda lunga delle proteste all’estero

Mentre all’estero la protesta si dispiega in modo pacifico e ordinato, all’interno dei confini iraniani la morsa del regime continua a stringersi con ferocia inaudita, alimentando ulteriormente la rabbia e la determinazione degli esuli. Le organizzazioni per i diritti umani hanno documentato non solo l’uccisione di migliaia di manifestanti, ma anche un’ondata di arresti che ha preso di mira persino i medici che curavano i feriti e i giornalisti che denunciavano le violenze, come nel caso di Vida Rabbani, arrestata e torturata per aver firmato una petizione -4. È in questo clima di terrore, con l’accesso a internet spesso oscurato per nascondere l’entità del massacro, che la diaspora cerca di farsi portavoce di chi non ha più voce, esponendo in corteo a Toronto i volti dei propri cari uccisi, ritratti in semplici fotografie diventate icone di una resistenza pagata a caro prezzo -3-5-8.

I numeri di una rivolta e le diverse anime dell’opposizione

Le cifre fornite dalle agenzie di stampa e dagli attivisti disegnano un quadro agghiacciante: oltre settemila morti accertati secondo l’HRANA, con alcune stime che parlano di più di trentamila vittime nei soli primi giorni di gennaio, e oltre cinquantamila persone incarcerate -4-6-10. Il regime, dal canto suo, ha ammesso solo poche migliaia di morti, definendoli «martiri» e accusando l’Occidente di fomentare i disordini -6. In questo scenario complesso, la figura di Pahlavi emerge come un punto di riferimento, ma non senza critiche. A Monaco, come a Melbourne, non sono mancate voci dissonanti, come quelle di chi, sventolando le bandiere del Consiglio nazionale della resistenza iraniana, ha ribadito con forza che la piazza non vuole nessuna dittatura, né religiosa né monarchica, bensì una repubblica democratica e laica -9. Un pluralismo di vedute che, lungi dall’indebolire la protesta, ne testimonia la vitalità e la complessità di una sfida che, come dimostrano i nuovi cori di «morte a Khamenei» riecheggiati dai tetti di Teheran all’indomani delle manifestazioni globali, è tutt’altro che sopita -10.

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