Iran, la piazza grida "morte al dittatore" mentre Trump frena su Pahlavi
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Redazione Esteri
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Il boato, dopo undici giorni di fermento, ha infine squarciato il velo della paura, trasformando quello che era sembrato a molti un moto circoscritto in una rivolta che dalle province occidentali a maggioranza curda si è propagata con forza inaudita verso il cuore del potere. Teheran, Mashhad, Tabriz, Isfahan, Babol, Rasht: sono questi i nomi, alcuni inediti per intensità del dissenso, che ora disegnano la mappa di una protesta che, nelle ultime notti, ha portato migliaia di persone a invadere i viali principali, a sfidare il coprifuoco imposto dal silenzio e dalla repressione, riempiendo l'aria non più di sussurri ma di grida plateali.
La rabbia in strada e il blackout digitale
Le immagini, seppur filtrate con difficoltà attraverso la stretta feroce sulla connettività, mostrano folle compatte di donne e uomini che, con i pugni serrati, scandiscono slogan fino a poco tempo fa impronunciabili. "Morte al dittatore", "Libertà, libertà", echi di un passato monarchico con "Lunga vita allo scià" e l’evocazione, diventata corale, di un ritorno: "Questa è l'ultima battaglia, Pahlavi ritornerà". La rabbia, cresciuta esponenzialmente, ha toccato il suo apice simbolico quando, sempre secondo fonti non ufficiali e testimonianze raccolte sui social network prima del blackout, le fiamme avrebbero lambito un palazzo governativo nella capitale, episodio che, se confermato, segnerebbe un salto di qualità nella determinazione degli oppositori. La reazione del regime, prevedibile nella sua durezza, si è materializzata in un blackout di internet che ha colpito Teheran e numerose altre città, tentativo disperato di isolare i dimostranti e di soffocare la risonanza globale di quelle immagini, le stesse che mostrano cortei di auto con i clacson spiegati percorrere il vasto viale Ayatollah Kashani.
La posizione di Washington e l'incognita della leadership
Mentre le piazze iraniane evocano il nome di Reza Pahlavi, il figlio dell'ultimo scià che si è detto pronto a tornare in patria per guidare il movimento, dalla Casa Bianca arriva una presa di distanza che getta un'ombra di realpolitik sulla speranza dei manifestanti. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, interpellato proprio sulla figura del pretendente al trono, ha dichiarato senza giri di parole: "Non so se è Pahlavi l'uomo giusto per il dopo". Una dichiarazione asciutta, che frena gli entusiasmi monarchici e che sembra voler mantenere Washington in una posizione di attesa, forse per non bruciare eventuali canali con altre frange dell'opposizione o per non legittimare in anticipo una leadership non emersa organicamente dall'interno della protesta stessa.
Una sfida aperta al potere degli ayatollah
Ciò che emerge, al di là delle dichiarazioni e dei blackout, è la percezione chiara di una sfida ormai dichiarata, la quale, sebbene le sue sorti restino imperscrutabili, ha già infranto un tabù psicologico di dimensioni nazionali. La contestazione non si limita più a circoscritte periferie sociali o etniche, ma ha fatto breccia nelle città sante e nei centri nevralgici del paese, dimostrando una capacità di mobilitazione e una carica eversiva che hanno costretto le autorità a misure estreme di controllo digitale e, verosimilmente, a un dispiegamento di forze di sicurezza il cui impatto, per rispetto delle vittime e delle loro famiglie, è oggetto di attente inchieste da parte di organismi internazionali. La parola "ultima battaglia", urlata a squarciagola, racchiude in sé tutta la disperazione e la determinazione di chi è sceso in strada, consapevole dei rischi enormi che corre, in uno scontro la cui posta in gioco non è una semplice riforma, ma l’assetto stesso del potere in Iran.




