Iran, la notte delle piazze piene e il silenzio della rete. Trump frena su Pahlavi
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Redazione Esteri
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Migliaia di persone hanno invaso le principali piazze dell'Iran, da Tehran a Isfahan, da Mashhad a Tabriz, trasformando un malcontento che per giorni aveva caratterizzato prevalentemente le regioni occidentali in una manifestazione di portata nazionale. I cortei, alimentati da una rabbia crescente, hanno scandito slogan diretti contro la guida del Paese, mentre altri, evocando la figura dell'ultimo scià, hanno chiesto il ritorno della dinastia Pahlavi. La risposta delle autorità, che già aveva registrato episodi di repressione negli scorsi giorni, è stata immediata e ha comportato, oltre a un inasprimento della sorveglianza nelle strade, una drastica limitazione dell'accesso a Internet, nel tentativo di isolare i dimostranti e controllare il flusso delle informazioni. Questa misura, però, non ha fermato la diffusione delle immagini delle proteste, le quali mostrano una partecipazione che coinvolge diversi strati sociali, comprese donne e commercianti.
La posizione di Washington e le parole di Metsola
In un contesto così teso, l’amministrazione statunitense guidata dal presidente Donald Trump ha fatto pervenire un monito chiaro, minacciando ritorsioni "molto forti" nel caso in cui le autorità iraniane dovessero intensificare la violenza contro i manifestanti. Tuttavia, Trump ha espresso delle riserve riguardo alla figura che molti indicano come simbolo dell'opposizione monarchica, dichiarando di non essere sicuro che l'esiliato principe ereditario Reza Pahlavi sia "l'uomo giusto" per guidare un eventuale futuro politico del Paese. Oltreoceano, la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ha affermato che l'Europa è testimone di quanto sta accadendo "nel cuore, nelle strade e nella mente del popolo dell'Iran", sottolineando come le proteste, nelle quali hanno perso la vita quasi trenta persone, siano una richiesta di dignità e autodeterminazione. Secondo la sua analisi, il coraggio dei dimostranti annuncia un cambiamento ormai prossimo.
L’inasprimento della crisi e il gioco del regime
Il blackout di Internet, decretato mentre le proteste entravano nel loro undicesimo giorno, rappresenta una mossa estrema da parte del governo, la quale, se da un lato mira a soffocare sul nascere la capacità organizzativa della piazza, dall'altro rischia di alienare ulteriormente quelle fasce della popolazione già esasperate dalla crisi economica e dalle restrizioni sociali. La decisione di oscurare la rete, infatti, sembra aver spinto molti cittadini, persino nella capitale, a far sentire la propria voce direttamente dalle finestre delle proprie abitazioni, rispondendo così agli appelli lanciati in precedenza dagli esponenti dell'opposizione. Questa espansione geografica e sociale della protesta, che ha ormai lambito il bazar tradizionale, sta progressivamente mutando la natura della crisi, trasformando una rivolta scatenata da precisi episodi di cronaca nera – sui quali le indagini giudiziarie procedono tra molte opacità – in una sfida più profonda alla legittimità stessa dell’establishment clericale.
Una sfida aperta e i suoi possibili sviluppi
La situazione attuale presenta dunque elementi di forte criticità per il regime, il quale si trova a dover gestire contemporaneamente la pressione della piazza, le condanne internazionali e le minacce statunitensi. L’ampiezza della protesta, unita alla determinazione mostrata dai manifestanti nonostante il rischio di una repressione violenta, indica che la strada per un ritorno alla normalità potrebbe essere lunga e accidentata. Mentre le forze di sicurezza vengono schierate in numero sempre maggiore, l’attenzione resta focalizzata sulla capacità della leadership di trovare una via d'uscita politica a una crisi che, giorno dopo giorno, sembra erodere le basi del suo consenso, spingendo parti della società a reclamare apertamente un cambiamento radicale del sistema di governo, un'ipotesi che fino a poco tempo fa sembrava impraticabile.




