Iran, proteste in oltre cento città e blackout internet: salgono a 45 le vittime della repressione
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Redazione Esteri
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Un boato, che da sussurro si è trasformato in un urlo collettivo, scuote da dodici giorni l’Iran, mentre migliaia di persone invadono le piazze da Teheran a Urmia, da Kermanshah a decine di altri centri in una sfida senza precedenti negli ultimi quattro anni, da quando la morte della giovane Mahsa Amini diede origine al movimento "Donna, vita, libertà". Le proteste, alimentate da una rabbia che sembra aver superato la paura, hanno spinto i manifestanti a lanciare slogan di sfida diretta al potere clericale, come quello che risuona insistente in queste ore: "Questa non è l'ultima battaglia, Pahlavi sta tornando", un grido che, al di là dei riferimenti storici, segnala una volontà di rottura radicale con l’attuale ordine.
La censura del regime e il bilancio tragico
Di fronte a una mobilitazione così estesa e determinata, il regime ha risposto con la consueta escalation di forza, impiegando fumogeni, cariche e, secondo le testimonianze che riescono a filtrare, anche armi da fuoco contro i dimostranti. Il bilancio, ancora provvisorio e certamente sottostimato a causa dell’opacità informativa imposta dalle autorità, parla di almeno quarantacinque vittime, fra le quali si contano anche minorenni, un dato che segna una significativa impennata rispetto ai conteggi dei giorni scorsi e che dimostra la durissima reazione delle forze di sicurezza. Il presidente Pezeshkian, pur avendo pubblicamente invitato alla moderazione, non sembra al momento in grado di controbilanciare la linea dura perseguita dagli apparati repressivi.
Il blackout di internet per isolare la protesta
Strategia parallela alla repressione fisica nelle strade è il tentativo di soffocare ogni informazione, attuando quello che l’ente di monitoraggio Netblocks ha definito un "blackout di internet in tutto il Paese". L’anomalia, una interruzione quasi totale dell’accesso alla rete e alle piattaforme di comunicazione, mira evidentemente a impedire che le immagini della protesta e della violenza statale raggiungano il mondo esterno, isolando così i manifestanti e complicando il lavoro di attivisti e dissidenti che da anni utilizzano il web per organizzarsi e documentare gli abusi. È la stessa tattica già dispiegata in passato durante momenti di forte tensione, ma che oggi conferma l’allarme delle autorità di fronte a una rivolta che definiscono "virale".
Le cautele internazionali e la situazione sul campo
La gravità della situazione ha spinto anche la diplomazia internazionale a muoversi, con la Farnesina italiana che ha innalzato il livello di allerta, sconsigliando formalmente qualsiasi viaggio nel Paese e raccomandando ai connazionali già presenti "estrema cautela". Il ministero degli Esteri ha sottolineato la necessità di ridurre al minimo gli spostamenti non essenziali e di evitare tassativamente raduni, manifestazioni e anche semplici attività di ripresa video o fotografiche non autorizzate, ricordando che per giornalisti e operatori i rischi sono ancor più stringenti. Sul campo, mentre il coprifuoco digitale cerca di silenziare le voci, le piazze continuano a riempirsi nonostante la notte e il suono delle sirene, in uno scontro il cui esito resta incerto ma che sta già segnando una nuova, sanguinosa pagina di conflitto tra il potere degli ayatollah e una parte della società che ne chiede la fine.




