Monossido in baita all'Alpe Devero: muore volontario milanese, grave una 19enne
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Redazione Interno
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Una richiesta d'aiuto lanciata nel cuore della notte, una voce faticosa che si perde tra le pareti di una baita isolata, e poi il silenzio rotto solo dal rumore delle squadre di soccorso in risalita lungo i sentieri dell'Alpe Buscagna. È il drammatico copione che si è consumato tra sabato e domenica, quando i sanitari, giunti con non poche difficoltà nell'area dell'Alpe Devero, nel comune di Baceno, al confine tra Piemonte e Svizzera, hanno fatto l'amara scoperta: sei persone intossicate dal monossido di carbonio, con un bilancio che ha presto assunto i contorni della tragedia.
Pietro Maria Fiori, la vittima
Tra quelle sei persone c'era anche Pietro Maria Fiori, 35 anni, originario di Milano, che di quella baita avrebbe dovuto fare la sua base operativa per un paio di settimane. La sua passione per la montagna, antica e radicata, lo aveva portato fin qui, a quasi duemila metri di altitudine, per offrire il suo contributo come volontario ai pastori che nei mesi estivi conducono gli animali dal fondovalle ai pascoli alti.
Un gesto di solidarietà che si è trasformato in una trappola letale quando, nel corso della notte, il monossido di carbonio ha iniziato a saturare gli ambienti della malga, probabilmente a causa di un malfunzionamento degli impianti o delle stufe utilizzate per riscaldare l'ambiente.
Le condizioni dei feriti e il trasferimento d'urgenza
Il dramma si è consumato in poche ore, con gli abitanti della baita che hanno avvertito i primi malori e hanno cercato disperatamente di chiedere aiuto. La chiamata ai soccorsi è partita quando le condizioni di alcuni dei presenti erano già compromesse, e per Fiori, purtroppo, non c'è stato nulla da fare: il suo corpo è stato rinvenuto senza vita all'interno della struttura dai tecnici del soccorso alpino e dai vigili del fuoco, intervenuti sul posto dopo aver ricevuto l'allarme.
Le altre cinque persone coinvolte nell'intossicazione sono state invece tratte in salvo e trasportate d'urgenza negli ospedali della zona, ma le loro condizioni destano ancora forte preoccupazione.
Tra i feriti più gravi figura una ragazza di 19 anni, anch'ella volontaria come Fiori, che è stata subito elitrasportata all'ospedale Niguarda di Milano per ricevere le cure più adeguate in un centro specializzato. Il suo quadro clinico è stato giudicato critico dai medici del reparto di tossicologia, che hanno attivato tutte le procedure del caso per contrastare gli effetti devastanti dell'avvelenamento da monossido, un gas inodore e insidioso che in spazi ristretti agisce con una pericolosità estrema.
Per gli altri quattro intossicati, le cui generalità non sono state ancora rese note dalle autorità, le condizioni appaiono meno preoccupanti, ma restano comunque sotto stretta osservazione negli ospedali piemontesi dove sono stati ricoverati.
L'indagine e il recupero
Sul posto sono giunti i carabinieri della compagnia di Domodossola, che hanno avviato le indagini per ricostruire l'esatta dinamica dell'accaduto e accertare eventuali responsabilità legate alla mancata manutenzione o all'installazione di impianti non a norma. Gli investigatori stanno ascoltando i sopravvissuti e i residenti della zona per raccogliere elementi utili a chiarire se si sia trattato di un tragico incidente o se vi siano state negligenze da parte di qualcuno.
La baita, che sorge in una zona impervia e raggiungibile solo a piedi o con mezzi fuoristrada, è stata posta sotto sequestro e nelle prossime ore gli esperti del corpo nazionale dei vigili del fuoco effettueranno i rilievi tecnici necessari per determinare con precisione la fonte del gas letale.
La salma di Pietro Maria Fiori è stata traslata all'obitorio dell'ospedale di Domodossola, dove nei prossimi giorni sarà disposta l'autopsia per accertare in modo definitivo le cause del decesso. Il designer milanese, come è stato ricordato da chi lo conosceva, amava mettersi alla prova tra i sentieri e le vette, come dimostra il tempo di 2 ore, 24 minuti e 37 secondi con cui aveva percorso i 15 chilometri del Regina Margherita Trail lo scorso luglio, una competizione che si snoda attraverso Gressoney e l'alta valle del Lys.
Quell'ultimo sforzo atletico, che per lui rappresentava una delle tante espressioni di un amore profondo per l'ambiente montano, è oggi il ricordo di un uomo che ha scelto di vivere la sua passione fino all'ultimo, offrendo il proprio tempo e la propria energia per aiutare gli altri, anche quando il rischio si nascondeva dietro l'apparente tranquillità di una baita tra i pascoli.
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