Nuova escalation al confine, Bangkok: "Ascolteremo Trump"

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La fragile tregua siglata lo scorso ottobre tra Thailandia e Cambogia si è dissolta sotto il rombo dei jet. Caccia thailandesi hanno infatti condotto stamattina incursioni aeree in territorio cambogiano, in quella che le autorità di Phnom Penh non esitano a definire una "violazione della sovranità", mentre Bangkok ribatte accusando i vicini di aver provocato per primi la reazione. Il dialogo, come ha dichiarato un portavoce del governo thailandese, "in questo momento non sembra percorribile", lasciando intendere che la strada delle armi sia, purtroppo, di nuovo quella battuta. La stessa fonte ha però aggiunto, in una nota che delinea una possibile, seppur incerta, via d'uscita, che "ascolteremo quanto avrà da dire il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump", il quale si è già espresso promettendo un suo intervento diretto per fermare le ostilità.

Un bilancio che cresce e un esodo senza fine

Mentre le accuse reciproche continuano a volare, altrettanto concreti sono i missili e le artiglierie che si abbattono sulle aree di confine contese, amplificando a dismisura una tragedia umanitaria già di proporzioni drammatiche. Il bilancio, ancora provvisorio e destinato a salire, parla di almeno quattordici vittime, divise tra nove civili e due militari cambogiani e cinque soldati thailandesi, cui si sommano oltre un centinaio di feriti. Ma il dato più sconvolgente, che tratteggia la reale portata dell'emergenza, è quello degli sfollati: più di mezzo milione di persone, infatti, sono state costrette a fuggire dalle proprie case, abbandonando tutto per cercare un riparo sempre più precario. Sul versante cambogiano, come ha precisato il ministro dell'Informazione, si contano già oltre centoventisicimilae centotrentatré evacuati, riversatisi nelle cinque province limitrofe alla linea del fuoco.

Il tempio della velocità trasformato in rifugio

A testimoniare la vicinanza geografica e la concretezza dello stato d'eccezione, un simbolo internazionale dello sport thailandese ha cambiato radicalmente volto. Il Chang International Circuit di Buriram, celebre circuito che ospita annualmente il Gran Premio di MotoGP, si è trasformato in un immenso centro di accoglienza d'emergenza. A poco più di cento chilometri dalla zona degli scontri, lungo le sue pit lane e negli spalti dove solitamente risuona il boato dei motori, trovano ora un provvisorio riparo circa quindicimila civili in fuga. I box, di solito regno di meccanici e ingegneri alle prese con le moto da gara, ospitano famiglie intere, bambini e anziani, i cui unici bagagli sono la paura e la speranza di tornare, un giorno, alle proprie abitazioni.

La cronaca nera e l'attesa della giustizia

Parallelamente alla furia bellica, le forze dell'ordine thailandese stanno indagando su alcuni episodi di cronaca nera collegati al caos degli sfollamenti. Sono state aperte inchieste su presunti furti e saccheggi avvenuti nelle abitazioni abbandonate in fretta e furia dagli evacuati, reati che, se confermati, andrebbero ad aggravare il già pesante tribuito pagato dalla popolazione civile. Le autorità hanno assicurato che porteranno avanti le investigazioni con il massimo rigore, per assicurare i responsabili alla giustizia e garantire un minimo di tutela a chi ha già perso troppo. L'attenzione delle procure si concentra dunque non solo sul conflitto in sé, ma anche sulle sue inevitabili, e spesso oscure, conseguenze sociali.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.