Uccise dalla ricina, la pista wi-fi per scoprire chi è entrato in casa

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Cinque telefoni, solo due dei quali ancora dotati di sim attiva, un notebook, un tablet e due router: questo è il bottino tecnologico finito sotto sequestro nella casa dei Di Vita a Pietracatella, il piccolo centro in provincia di Campobasso dove si è consumato il duplice omicidio per avvelenamento da ricina. Gli inquirenti, ormai certi della causa del decesso dopo le prime conferme scientifiche, attendono ora i risultati definitivi dell’autopsia per delineare con precisione la dinamica. Nel frattempo, è proprio sui dispositivi elettronici – e in particolare sulla rete wi-fi domestica – che si concentrano le indagini coordinate dalla procuratrice di Larino, Elvira Antonelli. L’obiettivo è duplice: ricostruire le abitudini digitali delle vittime, Antonella Di Ielsi e la figlia Sara Di Vita, e soprattutto capire chi abbia avuto accesso alla palazzina nei giorni precedenti a Natale, quando si presume sia avvenuta l’assunzione o la somministrazione del veleno.

La svolta tecnologica dopo la conferma della ricina

Confermato il decesso per avvelenamento da ricina, le attenzioni degli investigatori si sono spostate dal piano tossicologico a quello informatico. La procura ha disposto il sequestro dell’intero apparato digitale presente nell’abitazione, e gli uomini della scientifica di Campobasso sono rimasti per quasi tre ore a setacciare ogni angolo della casa. I due router, in particolare, rappresentano un elemento chiave: dalla loro analisi potrebbe emergere la lista dei dispositivi che si sono connessi alla rete wi-fi nei giorni sospetti. Ogni accesso lascia una traccia, un identificativo unico (l’indirizzo mac del cellulare o del computer), e incrociando questi dati con i tabulati telefonici e le posizioni gps estratte dal telefono di Alice, la figlia maggiore di Gianni Di Vita (sopravvissuta e non coinvolta nell’avvelenamento), si potrà provare a disegnare una mappa degli ingressi e delle uscite dalla palazzina.

Chat, cronologie e messaggi: l’estrazione dei dati sensibili

Oltre alla pista wi-fi, gli esperti del reparto investigazioni scientifiche stanno procedendo all’estrazione forense dei contenuti dei cinque cellulari. Due di essi, con sim attiva, appartenevano con ogni probabilità alle due vittime; gli altri tre erano forse dismessi o utilizzati come backup. Dai dispositivi si potranno recuperare chat, messaggi, cronologie delle ricerche web, registri delle chiamate e persino le posizioni memorizzate nei giorni precedenti il ricovero delle due donne all’ospedale di Campobasso. Qualsiasi dettaglio – una conversazione privata, una ricerca su Google sull’uso della ricina, un appuntamento segnato in calendario – potrebbe rivelarsi decisivo per orientare le indagini. Il notebook e il tablet, invece, saranno analizzati per verificare eventuali accessi a servizi di posta elettronica o social network utilizzati da terzi all’interno dell’abitazione.

La casa sotto sequestro e le ore decisive prima di Natale

La palazzina dei Di Vita rimane sigillata e sotto sequestro da quando, a ridosso delle festività natalizie, Antonella e Sara sono state ricoverate in condizioni disperate, morendo poi in ospedale a distanza di poche ore l’una dall’altra. Il quadro clinico aveva subito insospettito i medici, portando alla scoperta della ricina, una delle tossine più potenti e letali conosciute, priva di antidoto efficace. Gli inquirenti ritengono che l’avvelenamento possa essere avvenuto per ingestione (attraverso cibo o bevande) oppure per inalazione, ma l’ipotesi più accreditata resta quella della contaminazione volontaria di alimenti preparati in casa. In questo scenario, il dato tecnologico assume un valore quasi pari a quello di una testimonianza oculare: chi è entrato in quei giorni, con che orari, e se quella persona possedeva un telefono che si è agganciato alla rete wi-fi dell’abitazione. L’assenza di effrazioni, d’altra parte, suggerisce che il responsabile fosse una persona ammessa – o comunque entrata con un pretesto – nell’ambiente domestico.

La lezione dei vecchi casi: la traccia digitale che non mente

Non è la prima volta che in un’indagine per omicidio la rete domestica tradisce l’assassino: i router, infatti, conservano registri di connessione anche per giorni o settimane, a meno che non vengano ripristinati. La scientifica potrà verificare se qualcuno – al di fuori del nucleo familiare – abbia collegato il proprio smartphone alla rete di Pietracatella, magari proprio nelle ore in cui si presume sia stato somministrato il veleno. E se quel dispositivo non fosse stato ancora dismesso o distrutto, gli inquirenti potrebbero risalire al proprietario attraverso l’operatore telefonico. Va da sé che l’analisi forense richiederà tempi tecnici non rapidissimi: i dispositivi vengono prima "congelati" con appositi strumenti per evitare la sovrascrittura dei dati, poi clonati e infine esaminati con software specifici. Ma la procuratrice Antonelli ha già fatto sapere – attraverso una nota – che non verrà tralasciato alcun elemento, nemmeno il più apparentemente insignificante. Perché a volte, in casi come questo, è un banale accesso al wi-fi a scrivere la parola fine su un giallo destinato a rimanere senza voce.

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