L’Opec continua il graduale rientro dei tagli: da luglio 2026 produzione in aumento di 188mila barili
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Redazione Economia
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L’alleanza tra i principali produttori di greggio, nonostante le evidenti difficoltà nel trasferimento fisico del greggio dai pozzi ai mercati globali a causa delle tensioni geopolitiche che stringono l’asse del Golfo Persico, ha deciso di procedere con un nuovo incremento della propria produzione. I sette Paesi aderenti all’intesa – Arabia Saudita, Russia, Iraq, Kuwait, Kazakistan, Algeria e Oman – hanno infatti stabilito, nel corso di una riunione convocata in modalità virtuale, di aumentare i rispettivi target estrattivi di 188mila barili al giorno a partire dal prossimo luglio.
Si tratta del quarto rialzo consecutivo dall'inizio della crisi con Teheran, un segnale che conferma la volontà del gruppo di portare avanti un graduale ritiro delle misure restrittive adottate a partire dall’aprile del 2023, quando l’emergenza legata alla domanda post-pandemica aveva imposto una stretta significativa all’oro nero.
La mossa dei sette membri e l’addio degli Emirati
La decisione, che ricalca per entità il valore già fissato per il mese di giugno, rappresenta in realtà un leggero ridimensionamento rispetto ai precedenti ritocchi di aprile e maggio, quando l’incremento mensile era stato calibrato su 206mila barili. Questa correzione al ribasso, se così si può definire in un contesto di offerta globale fortemente compromessa, tiene conto di un cambiamento strutturale nell’architettura dell’alleanza: l’uscita ufficiale degli Emirati Arabi Uniti, avvenuta lo scorso primo maggio dopo ben 59 anni di partecipazione al cartello.
La defezione di Abu Dhabi – che era storicamente considerata una voce influente a favore di un incremento delle quote per sostenere i propri piani di espansione industriale – ha dunque ridotto il numero dei partecipanti ai tagli volontari, modificando di fatto la ripartizione percentuale dell’aumento complessivo.
Un mercato bloccato e il simbolismo dell’aumento
L’annuncio di domenica, arrivato mentre droni russi colpivano infrastrutture sensibili e mentre si moltiplicavano i tentativi di mediazione internazionale per il conflitto ucraino, assume una valenza particolare se letto alla luce delle reali possibilità di approvvigionamento. Il blocco de facto dello Stretto di Hormuz – conseguenza diretta delle ostilità tra Stati Uniti e Iran – ha di fatto intrappolato gran parte della produzione dei Paesi del Golfo, rendendo questi aumenti di quota, secondo molti analisti del settore, in larga parte simbolici.
A nulla vale, in altre parole, l’autorizzazione a pompare più greggio se le petroliere non possono attraversare il collo di bottiglia più critico per l’energia mondiale, dove prima della guerra transitava circa un quinto del fabbisogno globale giornaliero. La mossa dell’Opec+, in questa ottica, appare quindi volta a dimostrare un approccio prudente ma flessibile, mantenendo intatta la propria capacità di reagire (aumentando, sospendendo o invertendo la rotta) non appena le condizioni di mercato e la sicurezza delle rotte lo consentiranno.
La sfida della conformità e i prossimi appuntamenti
Al di là delle dichiarazioni ufficiali, in cui si ribadisce l’impegno a sostenere la stabilità del mercato, resta aperta la questione della compensazione degli extragettiti. I sette membri hanno formalmente ribadito l’intenzione di compensare integralmente ogni volume prodotto in eccesso rispetto ai tetti stabiliti dal gennaio 2024, un’operazione di riallineamento contabile che è stata estesa fino alla fine del dicembre 2026.
Per vigilare sull’andamento di questo complesso meccanismo di conformità, così come per valutare l’evoluzione di uno scenario geopolitico dominato dalla guerra nel cuore del Medio Oriente, i delegati dei sette Paesi si riuniranno nuovamente il prossimo 5 luglio. Un calendario fitto di appuntamenti – che includerà presumibilmente anche riunioni più allargate dell’intera alleanza – che suggerisce come l’alleanza guidata da Riyadh e Mosca intenda mantenere un controllo serrato su una leva, quella dei prezzi del greggio, ancora troppo instabile per essere lasciata all’improvvisazione.




