Il lutto silenzioso di Ceglie Messapica: la 43enne muore dopo la perdita dei gemelli all’ospedale “Di Venere”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’ospedale “Di Venere” di Bari, che pure rappresenta un punto di riferimento per la medicina fetale e le gravidanze ad alto rischio, si è trovato al centro di una vicenda dalle implicazioni cliniche complesse: una donna di 43 anni, originaria di Ceglie Messapica, ha perso la vita la mattina di Pasquetta, il 6 aprile, dopo aver visto interrompersi – nel giro di poche ore – una gravidanza gemellare giunta al quarto mese. Si chiamava Graziella Nannavecchia, insegnante, e il suo ricovero, inizialmente legato a dolori che avevano suggerito un monitoraggio ravvicinato, si è trasformato in un dramma che l’unità operativa dell’Asl di Bari ha descritto con la freddezza tecnica dei referti: “La donna aveva una gravidanza patologica – hanno spiegato i vertici sanitari – e al quarto mese ha perso entrambi i figli spontaneamente, poi le è stato rimosso l’utero”. Un passaggio, quest’ultimo, che nella sua stringatezza lascia intuire l’estrema gravità di un quadro clinico degenerato in modo repentino.

Una gravidanza seguita come “complicata” già nelle settimane precedenti

Giunti a Bari da Ceglie Messapica, nel Brindisino, la 43enne era stata accolta in una struttura che, grazie al nuovo reparto di Medicina fetale, è abilitata alle attività di monitoraggio avanzato per le gestazioni che presentano anomalie o rischi specifici. Eppure, nonostante le risorse tecnologiche e la specializzazione del personale, il decorso della gravidanza gemellare – definita “patologica” dalla stessa Asl – ha subito un’accelerazione fatale. La perdita spontanea dei due gemelli è avvenuta mentre Nannavecchia era già ricoverata da alcuni giorni; a quel primo lutto biologico, però, ne è seguito un secondo, ancora più devastante: le complicanze post-espulsive hanno reso necessario un intervento chirurgico demolitivo come l’isterectomia, che però non è bastato a scongiurarne il decesso. “È successo tutto in 24 ore”, hanno riferito fonti vicine alla famiglia, sottolineando la rapidità con cui una situazione già critica è precipitata.

L’intervento chirurgico al “Di Venere” e il dramma dell’isterectomia

L’ospedale barese, dove la donna era stata trasferita o si era recata spontaneamente – i dettagli amministrativi del percorso restano avvolti nella riservatezza della cartella clinica – ha attivato le procedure per una gravidanza complicata da fattori non meglio specificati nei comunicati ufficiali. Quello che si sa, perché confermato dall’Asl, è che dopo l’aborto spontaneo dei gemelli i medici hanno proceduto alla rimozione dell’utero; un’operazione, questa, che in ostetricia rappresenta l’extrema ratio quando l’organo è sede di emorragie incontrollabili, infezioni fulminanti o rotture uterine. Purtroppo, come spesso accade nei resoconti sanitari, l’intervento è stato “vano” nel senso più lato del termine: non ha cioè impedito il sopraggiungere della morte della 43enne, avvenuta poche ore dopo il completamento della procedura chirurgica. La salma, si apprende, è stata restituita alla famiglia d’origine, quella di Ceglie Messapica, dove l’insegnante era conosciuta non solo per la professione ma anche per la dolcezza che – raccontano i vicini – aveva sempre contraddistinto la sua attesa.

L’assenza di responsabilità dichiarate e il silenzio degli atti giudiziari

Al momento nessuna inchiesta giudiziaria risulta formalmente aperta, né sono stati resi noti esposti da parte dei parenti della vittima. L’Asl di Bari, nel suo breve comunicato, si è limitata a descrivere la patologia di base (“gravidanza patologica”) e l’esito infausto senza entrare nel merito di eventuali ritardi diagnostici, errori nella gestione del travaglio pretermine o carenze assistenziali. La cronaca, in questo frangente, si ferma alla cronologia essenziale: ricovero per dolori, permanenza di alcuni giorni nel reparto, perdita spontanea dei gemelli al quarto mese, isterectomia d’urgenza, decesso. Nessun nome di sanitario è stato reso pubblico, e nessuna ordinanza di sequestro della documentazione clinica – atto quasi sempre preliminare in casi di morte sospetta in ambiente ospedaliero – è stata segnalata. Resta, piuttosto, l’eco di una tragedia che si consuma lontano dai riflettori, dentro una camera di degenza del “Di Venere”, dove un’insegnante di 43 anni ha visto svanire prima i due figli che portava in grembo e poi, in un susseguirsi inarrestabile di complicanze, la propria stessa vita.

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