La richiesta del ministero sui fondi al comitato per il no e lo scontro con l’Anm
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Redazione Interno
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La tensione, già altissima dopo le recenti e durissime polemiche che hanno visto contrapposti il ministro Carlo Nordio e il procuratore Nicola Gratteri, oltre alle parole del Guardasigilli che aveva accostato il sistema delle correnti nel Csm a logiche “para-mafiose”, ha raggiunto un nuovo e forse inedito punto di rottura. L’oggetto del contendere, adesso, è una lettera partita da via Arenula e firmata dal capo di gabinetto Giusi Bartolozzi, indirizzata al presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Cesare Parodi; in quella missiva, si chiede di valutare l’opportunità di rendere noti alla collettività i nomi di coloro i quali, tra privati cittadini, hanno versato contributi al Comitato “Giusto dire No”, il soggetto promosso dall’Anm stesso per contrastare la riforma della giustizia in vista del referendum. Un’iniziativa, questa, nata per rispondere a un’interrogazione parlamentare del deputato di Forza Italia Enrico Costa, il quale aveva sollevato il problema di un possibile “conflitto di interessi” tra magistrati iscritti al sindacato delle toghe e i finanziatori privati del comitato referendario.
La replica di Parodi non si è fatta attendere ed è stata, nei fatti, una chiusura secca e motivata: il Comitato, ha spiegato il presidente dell’Anm, è un soggetto giuridicamente autonomo, solo promosso dall’associazione ma da essa distinto, e pertanto il ministero si trova a rivolgersi all’interlocutore sbagliato. Non solo: nella sua risposta, Parodi ha aggiunto una postilla di non poco conto, rilevando come una richiesta di questo tipo, volta a rendere pubblici i dati di privati cittadini che hanno esercitato una libera scelta di sostegno, si ponga in aperto contrasto con le normative sulla privacy, rappresentando una richiesta, a suo avviso, incongrua e lesiva della riservatezza delle persone.
La reazione della politica e lo spettro delle “liste di proscrizione”
Immediata, come prevedibile, è giunta la reazione del Partito democratico, che per bocca della sua responsabile Giustizia, Debora Serracchiani, ha parlato senza mezzi termini di un atto grave che “sa tanto di liste di proscrizione”. Un’iniziativa, quella del ministero, che secondo i dem tradisce il nervosismo dell’esecutivo e si configura come una pressione inaccettabile non solo nei confronti della magistratura associata, ma anche verso quei cittadini che intendono sostenere liberamente la campagna per il no, e che da questa richiesta potrebbero sentirsi intimiditi o esposti. In tal senso, la richiesta viene interpretata come un tentativo di delegittimazione del libero dibattito democratico e del diritto alla riservatezza di chi partecipa alla competizione referendaria, alimentando un clima da resa dei conti.
Sul fronte opposto, però, le ragioni dell’interrogante Enrico Costa trovano chiara eco nelle parole di Maurizio Gasparri, capogruppo di Forza Italia al Senato, che ha rincarato la dose chiedendo all’Anm la massima trasparenza e ironizzando sull’ipotesi che possa esistere un “filone del finanziamento occulto” della magistratura. Da questa prospettiva, la richiesta del ministero non solo sarebbe legittima, ma dovrebbe essere accolta proprio in nome di quei principi di trasparenza che le stesse associazioni, e in particolare un sindacato di magistrati, dovrebbero per prime osservare, soprattutto quando entrano nell’agone politico in una campagna referendaria. Lo stesso Costa, del resto, nell’atto ispettivo, si era spinto oltre, domandandosi cosa potrebbe accadere se un magistrato si trovasse a giudicare una causa dove una delle parti è un finanziatore del comitato del No: un tema delicato, che chiama in causa l’imparzialità e la necessità di scongiurare anche solo il sospetto di un condizionamento.
Il nodo della privacy e l’autonomia del comitato
Al centro della vicenda, però, restano due elementi cardine attorno a cui ruota l’intero caso. Il primo è l’effettiva natura del “Comitato Giusto dire No”, che secondo lo statuto e le dichiarazioni del suo presidente, si configura come organismo autonomo e distinto dall’Anm, al quale non possono anzi aderire soggetti con incarichi di partito. Il secondo, forse ancora più spinoso, è il tema della riservatezza: la legge sulla privacy, invocata da Parodi nella sua lettera, pone dei paletti precisi sulla possibilità di diffondere i dati personali di cittadini che hanno effettuato una donazione, anche se per una causa politica. Un principio, questo, che vale per tutte le raccolte fondi e che, se forzato, rischierebbe di creare un pericoloso precedente.
In questo clima incandescente, a gettare ulteriore benzina sul fuoco è arrivata anche la posizione di Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 Stelle, che ha definito le uscite del ministro Nordio come “inaccettabili”, pur facendo appello a mantenere la lucidità. Il riferimento, oltre alla vicenda dei finanziamenti, è all’attacco subito da Gratteri, con Conte che ha ricordato come il procuratore abbia successivamente chiarito le sue dichiarazioni. Lo scenario che si delinea è quello di uno scontro ormai permanente, in cui la campagna referendale, anziché essere un confronto di merito su una riforma complessa, si sta trasformando in un duro braccio di ferro politico-istituzionale tra il governo e una parte consistente della magistratura, con il rischio concreto che il tema di fondo, ossia la separazione delle carriere e il nuovo assetto del Csm, finisca per passare del tutto in secondo piano. E la richiesta di quei nomi, a prescindere dalle intenzioni, rimane lì, come una spina nel fianco di un dialogo già compromesso.




