Il governo e l’Anm si affrontano sui fondi del comitato per il No: una bufera politica tra liste di proscrizione e conflitti di interesse
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Redazione Interno
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La macchina amministrativa del Ministero della Giustizia, con una lettera firmata dalla capo di gabinetto Giusi Bartolozzi e indirizzata al presidente dell’Associazione nazionale magistrati Cesare Parodi, ha chiesto di conoscere i nomi dei finanziatori privati del comitato “Giusto dire No” -1-4. Una richiesta che, almeno nelle intenzioni di via Arenula, nascerebbe dalla necessità di rispondere a un’interrogazione parlamentare presentata dal deputato di Forza Italia Enrico Costa, il quale, già dallo scorso 13 gennaio, aveva sollevato il timore di un possibile cortocircuito istituzionale -5-9. Il ragionamento del parlamentare azzurro, che ha innescato la miccia di questa ennesima polemica, si fonda su un’ipotesi tutt’altro che peregrina: se un magistrato iscritto all’Anm dovesse trovarsi a giudicare una causa che vede come parte un cittadino che ha versato denaro al comitato per il No – e considerato il legame organico, più volte sottolineato dallo stesso Costa, tra il sindacato delle toghe e l’organismo referendario – si creerebbe una situazione di palese conflitto d’interessi, tale da minare quel principio di terzietà del giudice che è cardine del nostro ordinamento -3-10.
La replica del fronte del No non si è fatta attendere ed è apparsa, sin da subito, dura e compatta. Debora Serracchiani, responsabile Giustizia del Partito Democratico, ha bollato l’iniziativa del Ministero come un atto gravissimo, una sorta di moderno listone di proscrizione volto a intimidire non solo i magistrati ma anche quei cittadini che intendono liberamente sostenere una delle due opzioni in campagna referendaria -1-7. Un clima di pressione inaccettabile, lo hanno definito dalle parti del centrosinistra, con Francesco Boccia che ha parlato di una vera e propria intimidazione, accusando il guardasigilli Carlo Nordio di aver perso il senso delle istituzioni e dell’equilibrio tra i poteri dello Stato -1. Il timore, insomma, è che quella che viene presentata come una doverosa operazione di trasparenza celi in realtà il tentativo di schedare gli oppositori politici della riforma, creando un registro pubblico di quanti sostengono economicamente la campagna contraria alla separazione delle carriere.
Dall’altra parte della barricata, ovviamente, la musica è ben diversa e le voci della maggioranza, con Maurizio Gasparri in testa, rilanciano con forza la necessità che l’Anm si adegui a quelle stesse regole che valgono per i partiti politici. Il senatore di Forza Italia, con una punta di ironia tagliente, ha invitato Parodi a rendere noti tutti i finanziamenti, chiedendosi pubblicamente se esista un “filone del finanziamento occulto della magistratura” e perché mai l’associazione dovrebbe godere del privilegio di mantenere segreti i nomi dei propri sovvenzionatori, laddove invece Forza Italia e gli altri partiti pubblicano tutto sui loro siti web, come previsto dalla legge -1-3. Il messaggio è chiaro: se non c’è nulla da nascondere, perché opporre il muro della privacy?
E proprio sul tema della privacy, e sull’autonomia del comitato, ha scelto di barricarsi Cesare Parodi. Il numero uno dell’Anm, nella sua risposta alla Bartolozzi, ha opposto un netto rifiuto, motivato da due ordini di ragioni. In primo luogo, ha spiegato che il comitato “Giusto dire No”, pur essendo stato promosso dall’Associazione nazionale magistrati, è un soggetto giuridicamente distinto e autonomo, e che quindi non sarebbe compito suo fornire quelle informazioni che, peraltro, nemmeno possiede in via diretta -2-8. In secondo luogo, e qui si tocca il nervo scoperto della questione, Parodi ha sottolineato come rendere pubblici i dati personali di privati cittadini che hanno semplicemente esercitato un diritto costituzionale, come quello di contribuire a una campagna referendaria, rappresenterebbe una violazione della loro riservatezza, una richiesta contraria alla stessa salvaguardia della privacy garantita dalla legge -3-7.




