Moreno Moser, il talento ritrovato nella parola, e i piani di guerra delle big per il 2026
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Redazione Sport
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“Mi sentivo campione, poi ho sbagliato tutto”. La confessione di Moreno Moser, oggi uomo di lucida e acuta riflessione, risuona come un’analisi esistenziale che va ben oltre il semplice rimpianto sportivo. Nipote di Francesco, un’icona del ciclismo mondiale, Moser visse sulla propria pelle il peso di un cognome ingombrante e le traiettorie spesso imprevedibili di un talento precoce: promessa realizzata con la vittoria della Strade Bianche nel 2013, poi l’inarrestabile declino fino al ritiro, una scelta sofferta ma definitiva annunciata a nemmeno ventinove anni. Oggi, mentre osserva il panorama attuale, le sue parole non sono mai banali o scontate, ma frutto di un’elaborazione che nasce dall’aver attraversato, e compreso, vertici e abissi. Sul presente, infatti, non ha dubbi: guardando a Tadej Pogačar, il fenomeno sloveno che domina le scene, Moser prevede un futuro storico. “Vincerà i 5 Monumenti nel 2026”, afferma, sottolineando così non solo la superiorità dell’atleta della UAE Team Emirates, ma anche un’ambizione che sembra farsi sempre più concreta e fattibile, dato l’eccezionale palmarès che Pogacar sta costruendo anno dopo anno.
Il puzzle delle stagioni: dove andranno i big
Il ciclismo mondiale, del resto, è già proiettato verso quella stagione, con i team al lavoro per definire piani e strategie. Il quadro, sebbene in via di definizione, inizia a prendere forma. Per Tadej Pogačar l’obiettivo principe rimane il Tour de France, alla caccia del quinto successo, ma la sua primavera sarà densissima, con l’assalto a quattro Monumenti. Una programmazione ambiziosa, che lui stesso difende e spiega senza mezzi termini. Riguardo al principale rivale, Jonas Vingegaard, Pogacar ha chiarito il suo approccio: “Di certo non chiamerò Vingegaard per dirgli di fare il Tour, ma spero che venga”. Una dichiarazione che lascia trasparire il desiderio di uno scontro al massimo livello, ma anche il rispetto per le scelte altrui. Il danese, infatti, rappresenta ancora l’incognita più grande del 2026. Mentre Pogacar e il belga Remco Evenepoel hanno già indicato nel Tour la loro meta, su Vingegaard pesa il silenzio: in Danimarca molti sospettano che possa optare per il suo debutto al Giro d’Italia, saltando così la Grande Boucle.
I blocchi di potere: gli schieramenti si delineano
Nel frattempo, le squadre costruiscono i loro blocchi di potere. La UAE Team Emirates, la formazione di Pogacar, sembra aver già un’ossatura molto chiara per il Tour de France 2026. Secondo quanto riportato, la rosa che affiancherà lo sloveno vedrebbe un solo cambio rispetto all’edizione del 2025. Accanto a lui e al messicano Isaac Del Toro, che conferma il suo status di giovane fenomeno su cui investire, dovrebbero esserci atleti del calibro di Jhonatan Narváez, Nils Politt, Pavel Sivakov e il versatile Marc Soler, che unirà al Tour anche la Vuelta di Spagna nel suo programma. Completano il gruppo, sempre secondo le indiscrezioni, Tim Wellens e Adam Yates, quest’ultimo impegnato anche al Giro d’Italia. Una squadra costruita con cura, che mescola potenza, esperienza e capacità di supporto in montagna e sulle pianure.
Il Giro e le altre rotte
Per quanto riguarda il Giro d’Italia, invece, i piani della UAE puntano su un altro uomo: João Almeida sarà il capitano designato per la Corsa Rosa. Una scelta che conferma la fede della squadra nelle qualità del portoghese, capace di ottime prestazioni a cronometro e di difendersi egregiamente nelle tappe di montagna. Una strategia che permette alla formazione di presentarsi da protagonista su più fronti, distribuendo le forze e massimizzando le possibilità di successo. Il mosaico del 2026, insomma, si compone pezzo dopo pezzo, tra ambizioni personali dichiarate, silenzi carichi di significato e schieramenti che si definiscono con largo anticipo. Resta l’attesa per la mossa di Vingegaard, un tassello che potrebbe ribaltare gli equilibri e ridisegnare la geografia delle corse.




