I cibi che aumentano del 45% il rischio di tumore al colon-retto: lo studio di Harvard
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Redazione Salute
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Negli ultimi anni l’incidenza del cancro al colon-retto nella popolazione under 50 ha subito un’accelerazione preoccupante, un fenomeno che in Italia ha portato addirittura al raddoppio dei casi diagnosticati in questa fascia d’età, un tempo considerata sostanzialmente al riparo da patologie di questo tipo. I ricercatori della Harvard T.H. Chan School of Public Health, nell’ambito di un’analisi pubblicata su JAMA Oncology, hanno cercato di individuare i fattori scatenanti di questa epidemia silenziosa, concentrandosi in particolare sul ruolo dell’alimentazione, e i risultati, come spesso accade quando si esaminano le abitudini alimentari delle società occidentali, appaiono netti. Lo studio, che ha monitorato per ventiquattro anni un campione di circa trentamila donne con un’età media di quarantacinque anni, ha dimostrato come un consumo elevato di alcuni specifici prodotti sia associato a un incremento del rischio di sviluppare adenomi convenzionali, i polipi che rappresentano la lesione precursore del cancro, fino al 45 per cento in più rispetto a chi ne fa un uso limitato -1-6.
Il meccanismo degli ultra-processati e l’infiammazione silente
Gli alimenti sotto accusa sono quelli ultra-processati, categoria che comprende prodotti ricchi di grassi saturi, zuccheri aggiunti, dolcificanti e additivi chimici, ma poveri di fibre e micronutrienti essenziali: si tratta, per intenderci, di bevande zuccherate, snack confezionati e carni lavorate. Il team di epidemiologi guidato dal professor Andrew Chan ha osservato che le partecipanti assumevano in media quasi sei porzioni al giorno di questi alimenti, le quali costituivano circa il 35 per cento dell’apporto calorico giornaliero, una proporzione che riflette un trend ormai consolidato negli Stati Uniti dove tali prodotti rappresentano quasi il 60 per cento dell’energia introdotta quotidianamente dagli adulti. Il legame, a parere degli scienziati, non dipenderebbe da fattori confondenti come la sedentarietà, il sovrappeso o il consumo di alcol: sarebbe l’alimentazione di per sé, con la sua capacità di alterare il microbiota intestinale e di alimentare uno stato di infiammazione cronica di basso grado, a tracciare la linea di rischio più marcata. A conferma della specificità del meccanismo, va detto che l’associazione non è risultata statisticamente significativa per le cosiddette lesioni seghettate, un altro tipo di formazione polipoide, il che suggerisce come i percorsi biologici innescati dalla dieta possano essere selettivi.
Un fenomeno globale che interroga la ricerca
L’allarme lanciato da Harvard si inserisce in un quadro epidemiologico più ampio, che vede i cosiddetti *early onset cancer* in costante aumento a livello globale: secondo i dati presentati nel corso del meeting annuale della Società Europea di Oncologia Medica, tra il 1990 e il 2019 l’incidenza di questi tumori diagnosticati prima dei cinquant’anni è cresciuta del 79,1 per cento, con un impatto particolare sul tratto gastrointestinale. Shuji Ogino, della Harvard Medical School, ha più volte sottolineato come questa crescita sia solo la punta di un iceberg, poiché una volta che questi giovani pazienti invecchieranno si assisterà a un inevitabile incremento delle malattie croniche e delle neoplasie nella popolazione anziana. In Italia l’Istituto europeo di oncologia ha stimato che i casi di tumore tra gli under quaranta superino le quindicimila unità all’anno, numeri che impongono una riflessione profonda sulle strategie di prevenzione, le quali non possono più essere rinviate all’età matura ma devono diventare, per usare le parole degli specialisti, “no age”.
Le testimonianze e l’evoluzione della ricerca italiana
La concretezza del problema emerge anche dalle storie individuali, come quella dell’attore James Van Der Beek, cui è stato diagnosticato un cancro al colon nel 2023 all’età di quarantasei anni, nonostante conducesse uno stile di vita apparentemente sano e fosse in ottima forma fisica. Storie come queste, che si moltiplicano anche in Italia dove un lettore del *Corriere della Sera* ha recentemente raccontato il proprio percorso iniziato con perdite di sangue nel 2022 e proseguito fino a un tumore al quarto stadio al fegato, dimostrano come la diagnosi precoce resti uno scoglio difficile da superare per i giovani, i quali tendono a sottovalutare i sintomi. Nel frattempo la ricerca italiana sta fornendo contributi originali: un team di Ifom e dell’Ospedale Niguarda di Milano ha pubblicato su *Cell* un’ipotesi secondo la quale i tumori giovanili potrebbero crescere più rapidamente rispetto a quelli insorti in età avanzata, seguendo magari la stessa strada genomica ma con un’accelerazione tale da renderli difficilmente intercettabili dagli screening tradizionali, seppur anticipati. Si tratta, al momento, di un’ipotesi di lavoro che gli stessi autori, Alberto Bardelli e Salvatore Siena, indicano come prioritaria da verificare, ma che già ora suggerisce come la semplice riduzione dell’età di inizio degli screening possa non essere la risposta definitiva.




