Israele verso il voto del 27 ottobre, Netanyahu e il nodo dei 61 seggi

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   A tre anni esatti dall'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, Israele si prepara a tornare alle urne per elezioni parlamentari anticipate fissate per il 27 ottobre. Si tratta delle prime consultazioni dopo quel sabato nero che ha segnato una frattura profonda nella storia del Paese e che ancora oggi pesa sulla campagna elettorale in corso. La legislatura è stata interrotta anzitempo con lo scioglimento della Knesset il 17 luglio, aprendo la strada a un appuntamento che molti osservatori considerano tra i più incerti degli ultimi decenni.

La posta in gioco: i 61 seggi che valgono un governo

Il sistema politico israeliano non prevede l'elezione diretta del primo ministro, né tantomeno un premio di maggioranza automatico per il partito che ottiene più voti. Per formare un esecutivo è necessario ottenere il sostegno di almeno 61 dei 120 seggi che compongono la Knesset. Questa soglia, apparentemente semplice, si sta rivelando un ostacolo insormontabile per entrambi gli schieramenti in campo.

Le rilevazioni demoscopiche diffuse a poche settimane dal voto delineano un quadro di sostanziale stallo. Il partito Yashar, guidato dall'ex capo di Stato Maggiore Gadi Eisenkot, si attesta stabilmente come prima forza politica con 23 seggi, davanti al Likud di Benjamin Netanyahu fermo a 21. Il blocco di opposizione, sommando le forze laiche e le liste arabe, arriverebbe a 54 seggi, mentre la coalizione uscente si fermerebbe a 49. Nessuno dei due campi, tuttavia, raggiunge la fatidica quota 61.

Il peso delle formazioni arabe e il ritorno di Eisenkot

In questo scenario di equilibrio precario, il ruolo delle formazioni arabe diventa determinante. Secondo le proiezioni, la Lista Comune conquisterebbe 8 seggi mentre la Lista Araba Unita ne otterrebbe 5, per un totale di 13 seggi che nessuno dei due blocchi principali può ignorare. La candidatura di Gadi Eisenkot, ex capo di Stato Maggiore e figura di primo piano nella sicurezza nazionale, rappresenta la principale novità dello scenario politico. La sua formazione Yashar incarna un'alternativa al netto del panorama politico tradizionale.

Dall'altra parte, il Likud guidato da Netanyahu affronta una campagna elettorale complessa, segnata dalle conseguenze dell'attacco del 2023 e dalla gestione del conflitto a Gaza. Secondo un sondaggio della rete israeliana Canale 12, il 65 per cento degli intervistati ritiene che Netanyahu porti una responsabilità significativa per gli errori che hanno preceduto l'attacco del 7 ottobre.

Lo spettro della paralisi politica

Se nessuna delle due coalizioni dovesse raggiungere i 61 seggi necessari, si aprirebbero scenari complessi. Israele ha già vissuto una fase di stallo politico tra il 2019 e il 2022, quando quattro tornate elettorali si susseguirono nell'arco di tre anni senza che nessuno riuscisse a formare una maggioranza stabile.

Il quotidiano Maariv ha analizzato le possibili conseguenze di un eventuale cambio di maggioranza parlamentare. Secondo la testata, l'opposizione potrebbe tentare di assumere il controllo della presidenza della Knesset e delle commissioni chiave, per poi mettere all'ordine del giorno l'istituzione di commissioni d'inchiesta sui fatti del 7 ottobre e su altre vicende politiche e giudiziarie che coinvolgono Netanyahu.

L'allarme dello Shin Bet e il clima di tensione

Sul fronte della sicurezza, il capo dello Shin Bet David Zini ha lanciato un avvertimento durante una riunione a porte chiuse del gabinetto di sicurezza israeliano. Secondo quanto riferito, esisterebbe il rischio concreto di un nuovo attacco di Hamas in concomitanza con le elezioni o nelle settimane immediatamente successive.

La campagna elettorale si sta svolgendo in un clima di forte polarizzazione. La NZZ ha rilevato come il conflitto in corso da tre anni abbia modificato non solo i temi della competizione politica, ma anche i parametri con cui le richieste dei partiti vengono valutate dagli elettori. Il tema della sicurezza, in particolare, è diventato la questione dominante su tutte le altre, oscurando persino il dibattito sulla corruzione o sulla leva militare per gli ultraortodossi.

Una tregua ibrida e le sue ombre

Il 10 ottobre 2025 è entrato in vigore quello che molti analisti definiscono un cessate il fuoco ibrido, che ha formalmente posto fine alle operazioni militari su larga scala nella Striscia di Gaza. L'accordo, mediato dagli Stati Uniti, prevedeva il rilascio di tutti gli ostaggi israeliani entro il 13 ottobre, ma la restituzione delle salme dei prigionieri deceduti ha proceduto con grande lentezza.

A due anni dall'inizio del conflitto, i numeri diffusi dalle autorità sanitarie di Gaza delineano un bilancio umanitario devastante: oltre 67mila vittime palestinesi, più di 169mila feriti e circa 1,9 milioni di sfollati, vale a dire quasi il 90 per cento della popolazione della Striscia.

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