Donald Trump, il Capodanno col botto e il paradosso dell'anatra zoppa

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il primo anno della nuova presidenza di Donald Trump si è chiuso, secondo molti osservatori, all'insegna di una contraddizione stridente, quasi un paradosso che definisce l'attuale fase politica americana. Mentre i media tradizionali, come spesso accaduto, ne hanno sottolineato senza requie le difficoltà interne – dall'aumento del costo della vita, ereditato dall'amministrazione precedente, alle divisioni tra le file repubblicane – la sua azione sul palcoscenico globale ha assunto toni di una risolutezza inedita e plateale. La percezione di una stanchezza dell'elettorato e di un possibile calo nei consensi, insomma, sembra coesistere con un'attività internazionale molto dinamica.

Il bullo globale e la dottrina della forza

Come notato da analisti quali Goffredo Buccini nella rubrica «L'ultima fenice», Trump si sta configurando come quello che è stato definito un «bullo globale», un attore disposto a intervenire con rapidità e fuori dai tradizionali schemi del diritto internazionale in scenari diversi. L'operazione in Venezuela, che ha portato a un cambio di vertice nel palazzo presidenziale di Caracas, ne è l'esempio più lampante e recente, un'azione che sancisce l'abbandono di ogni ipocrisia riguardo all'idea di esportare la democrazia, un tempo tanto criticata dallo stesso Trump e ora divenuta pratica dichiarata. Una verità semplice, ma spesso taciuta, emerge con forza: la politica estera degli Stati Uniti, nel suo nocciolo duro, mostra una sostanziale continuità nei metodi, mentre a mutare radicalmente è il linguaggio usato per raccontarla, oggi diretto e privo di quei sussurri in politichese che ne velavano le intenzioni.

La geopolitica dell'energia come arma strategica

Questa linea d'azione, del resto, non si esaurisce con il caso venezuelano ma sembra tracciare una strategia più ampia e mirata, il cui obiettivo principale appare essere la Repubblica Popolare Cinese. Il punto di pressione individuato è quello dell'approvvigionamento energetico, la vulnerabilità strutturale di Pechino, costretta a importare ingenti quantitativi di gas e petrolio. Il messaggio veicolato dall'intervento sudamericano è chiaro e diretto: gli Stati Uniti sono pronti a colpire i fornitori di energia che alimentano l'economia del Dragone. Dopo Caracas, lo sguardo potrebbe quindi volgersi verso Teheran, in un'azione che costringerebbe la Cina a dipendere ancor più massicciamente dalla Russia, con tutte le implicazioni geopolitiche del caso, in una partita che riorganizza gli assi di potere mondiali attraverso le rotte degli idrocarburi.

L'anatra zoppa e il confine tra interno ed estero

È proprio qui che il paradosso tocca il suo apice. Perché se all'estero Trump si muove con la forza e l'imprevedibilità di un attore egemone, all'interno dei confini nazionali la sua figura è soggetta alle dinamiche, talvolta logoranti, della democrazia americana. Il rischio concreto di vedersi ridurre la maggioranza in Congresso nelle prossime elezioni di midterm lo espone al classico spettro dell'«anatra zoppa», un presidente con i pieni poteri in politica estera ma con l'autorità domestica indebolita. Una frattura che rende la sua presidenza un esperimento unico, dove la verità detta «senza vaselina» sulle relazioni internazionali – fatta di quello che alcuni definirebbero golpe, minacce e rapine geopolitiche – si scontra con la quotidianità di un paese che misura il consenso nelle urne e nel portafoglio dei cittadini, creando uno scenario instabile e di difficile lettura per gli alleati storici come per gli avversari.

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