Banche italiane, il risiko dei 14 miliardi e la caccia al terzo polo
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Redazione Economia
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L'ondata di operazioni che ha ridisegnato la carta del credito italiano, culminata nell'inaspettata acquisizione di Mediobanca da parte del Monte dei Paschi di Siena, sembra destinata a non esaurirsi nel breve periodo. Gli analisti osservano come il settore, pur avendo già consumato parte delle proprie energie in quella prima, significativa tornata di movimenti, si appresti con ogni probabilità a un nuovo round di rimpasti strategici. Un'ipotesi, questa, che trova un solido fondamento nella consistente dotazione finanziaria di cui gli istituti continuano a disporre nonostante le recenti manovre.
Il tesoretto che alimenta le speculazioni
La contrazione dei margini d'interesse, che ha eroso una fetta degli utili, non ha infatti intaccato del tutto il patrimonio di liquidità accumulato nel corso del biennio più ricco della storia recente del sistema. A settembre, stando ai dati più aggiornati, le banche potevano ancora contare su un eccesso di capitale stimabile in circa 14 miliardi di euro, una cifra di poco inferiore ai 15,4 miliardi disponibili appena tre mesi prima, a fine giugno. Risorse, queste, generosamente alimentate da una gestione particolarmente prudente delle esposizioni e da profitti che, fino a non molto tempo fa, toccavano livelli record. Una “pancia” finanziaria, insomma, che costituisce il carburante naturale per ogni operazione di fusione o acquisizione, mantenendo vivo il fuoco delle speculazioni di mercato.
La geografia incompleta del sistema creditizio
È proprio la struttura stessa del panorama bancario nazionale, d'altronde, a suggerire l'inevitabilità di ulteriori passaggi. Secondo l'analisi di Standard & Poor’s, condotta dall'esperto Mirko Sanna, il consolidamento è un percorso obbligato, “difficilmente evitabile” se si intendono sfruttare appieno le economie di scala e diversificare in maniera adeguata le fonti di ricavo. La mappa attuale, con due colossi che dominano la scena, presenta infatti una lacuna evidente agli occhi degli osservatori: manca quel terzo polo solido e strutturato che, in altri grandi paesi europei, contribuisce a equilibrare la concorrenza e a offrire alternative al mercato. Un'assenza che rende il settore, nonostante i movimenti già avvenuti, ancora immaturo e potenzialmente instabile.
Verso una nuova stagione di concentrazione
La previsione degli analisti, dunque, è che il 2026 possa registrare un'accelerazione verso una concentrazione finale, con l'obiettivo di arrivare a un sistema dominato da tre o quattro grandi gruppi. Questo processo, se da un lato potrebbe ridurre il numero degli attori indipendenti, dall'altro risponde a una logica di rafforzamento competitivo su scala continentale. Le risorse finanziarie ci sono, la pressione dei mercati pure, e la direzione indicata dagli esperti è ormai tracciata. Il risiko bancario italiano, pertanto, lungi dall'essersi concluso, si appresta a una nuova fase, dove quel consistente tesoretto da 14 miliardi rappresenta non solo un indicatore di robustezza, ma soprattutto la leva per i prossimi, probabili, stravolgimenti.




