Ex campione di enduro muore mentre tenta di bruciare un nido di vespe
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Redazione Interno
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La notizia, giunta nel tardo pomeriggio di mercoledì 19 agosto, ha scosso profondamente la Val Seriana e l'intero ambiente del fuoristrada italiano. Attilio Petrogalli, settantatreenne di Clusone, una leggenda vivente dell'enduro che con i suoi compagni aveva scritto una delle pagine più gloriose del motociclismo azzurro nel 1975, è stato trovato senza vita nella zona dell'ex Vecchio Mulino di Rovetta, in provincia di Bergamo.
L'ex pilota della Nazionale, conosciuto da tutti per la sua immensa passione e il suo carattere generoso, è rimasto vittima di un tragico incidente domestico mentre stava cercando di eliminare un pericoloso nido di vespe, con l'uso del fuoco, da un vecchio furgone abbandonato nella proprietà.
Il tragico tentativo di disinfestazione e la dinamica dei fatti
Secondo una prima e minuziosa ricostruzione operata dai carabinieri della compagnia di Clusone e dai vigili del fuoco intervenuti sul posto, Petrogalli si era recato nell'area del mulino nel pomeriggio per svolgere un incarico di manutenzione che gli era stato affidato dai proprietari dei terreni. L'uomo, che frequentava abitualmente quella zona, aveva notato in precedenza un grosso vespaio che si era formato all'interno dell'abitacolo di un furgone fuori uso e per questo aveva deciso di agire per sbarazzarsene.
Per tentare l'eliminazione, Petrogalli aveva utilizzato della benzina, probabilmente per imbeccare alcuni stracci e appiccare un piccolo rogo in grado di distruggere il nido di insetti. Tuttavia, l'operazione è drammaticamente sfuggita al suo controllo, con le fiamme che si sono propagate con rapidità inaspettata all'interno del veicolo, avvolgendo l'uomo e producendo una densa coltre di fumi tossici che si sono rivelati letali.
L'ultima corsa: il casco e la giacca di pelle da motociclista
In un gesto che la dice lunga sulla sua indole e sulla sua incrollabile passione, l'ex campione si era recato sul luogo del rogo indossando l'abbigliamento che lo aveva accompagnato per una vita: la sua giacca in pelle da motociclista e il casco integrale ben allacciato, che forse indossava per proteggersi da eventuali attacchi degli insetti. Questi stessi oggetti, che per decenni erano stati il simbolo della sua leggenda e della sua sicurezza, si sono trasformati suo malgrado in una trappola mortale.
Secondo gli inquirenti, il casco, anziché proteggerlo, avrebbe intrappolato i fumi tossici prodotti dal rogo, impedendogli di respirare e causandone la perdita di coscienza, per poi essere forse sopraffatto dal fuoco. Quando il corpo senza vita è stato rinvenuto, indossava ancora la calzatura protettiva, un dettaglio che ha sconvolto i soccorritori e che testimonia la rapidità con cui si è consumata la tragedia.
Le indagini e l'ultimo saluto a Clusone
L'allarme è scattato quando la moglie, non vedendo l'uomo rientrare per la cena, ha allertato i figli, dando il via alle ricerche che hanno purtroppo portato al tragico ritrovamento. Sul posto sono immediatamente arrivati i vigili del fuoco e i carabinieri, i quali hanno eseguito i rilievi del caso e hanno informato il pubblico ministero di turno, Letizia Ruggeri, per gli accertamenti di rito.
La famiglia, nell'attesa che vengano chiariti tutti i dettagli delle cause del decesso, ha voluto correggere le prime indiscrezioni che parlavano di un corpo carbonizzato, sottolineando che le dinamiche precise sono ancora in fase di studio da parte delle autorità. Ottenuto il nullaosta dal magistrato, i funerali di Attilio Petrogalli sono stati celebrati nel pomeriggio di venerdì 21 agosto, con una cerimonia toccante che si è tenuta alle 14.30 nella basilica di Santa Maria Assunta a Clusone, dove amici, familiari e un'intera comunità si sono stretti per l'ultimo commiato.
Attilio Petrogalli: la leggenda dei "Silver Boys" e l'enduro italiano
La scomparsa di Petrogalli lascia un vuoto enorme nel mondo delle due ruote. Residente a Clusone, era una figura storica e amatissima per i suoi successi sportivi e per il suo instancabile lavoro come tecnico meccanico e organizzatore di eventi. Il suo nome è legato indissolubilmente all'epoca d'oro dell'enduro italiano, quando nel 1975, alla guida di una SWM, conquistò il prestigioso "Vaso d'Argento" alla 50ª Sei Giorni Internazionale di Enduro sull'Isola di Man.
In quell'occasione, insieme ai compagni di squadra Pierluigi Rottigni, Gualtiero Brissoni e Pietro Gagni, entrò a far parte del celebre gruppo dei "Silver Boys", portando l'Italia sul tetto del mondo in quella che è considerata la competizione regolarità più antica e difficile al mondo.
Terminata la carriera agonistica, non aveva mai abbandonato la sua passione, fondando a Clusone la "Petrogalli Moto", l'officina e concessionaria che ha gestito per anni insieme ai figli Marcello e Michele, continuando a essere un punto di riferimento per tutto il movimento enduristico bergamasco.
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