Il Csm vara i test (soft) per le future toghe e la politica attacca: "Troppo timidi, serviva lo screening psichiatrico"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   A metterla sul piano dell'ironia, con quella battuta che ha fatto il giro delle cancellerie giudiziarie, era stato il ministro della Giustizia Carlo Nordio: se l'esame psico-attitudinale serve per entrare in magistratura, chissà che non farebbe comodo anche a certe toghe prossime alla pensione, specialmente dopo aver ascoltato certi sfoghi in campagna referendaria. Un commento, il suo, nato dalle polemiche seguite alle dichiarazioni del procuratore di Napoli Nicola Gratteri — quello secondo cui a votare sì sarebbero “indagati e massoneria deviata” — che ha riacceso i riflettori su un tema rimasto a lungo nei cassetti del Parlamento. E mentre il fronte del Sì e del No si scambiano colpi in vista del voto di marzo, il Consiglio superiore della magistratura ha chiuso il cerchio su una partita delicatissima: come e quando valutare l'equilibrio psicologico di chi vuole indossare la toga.

L'organo di autogoverno delle toghe, dopo un dibattito non privo di tensioni, ha dato il via libera alla delibera che recepisce la novità normativa voluta dal governo, quella che introduce il colloquio ed il test psico-attitudinale per i candidati al concorso in magistratura -4-8. Ma se l'obiettivo del legislatore — e dello stesso Nordio — era quello di vederci chiaro nella testa di chi amministra la giustizia, il risultato finale assomiglia più a una mediazione al ribasso che a una rivoluzione copernicana. Il Csm, chiamato a dare attuazione alla legge, ha infatti optato per un approccio prudente, quasi timido, scegliendo di valutare le “capacità cognitive specifiche” piuttosto che indagare il profondo della personalità. Addio, almeno per ora, ai test diagnostici veri e propri, quelli che avrebbero potuto scovare tratti psicopatologici o disturbi della personalità. Si punterà invece sul ragionamento, sul problem solving, sulla capacità di gestire lo stress: robe che a molti sembrano più attinenti a un corso per manager che a un concorso da magistrato -8.

E qui si apre il fronte della polemica politica, con le voci più critiche che arrivano proprio dall'area di centrodestra. La delusione di chi sperava in uno strumento più affilato è palpabile: i test approvati, di fatto, aggirano lo spirito della riforma, riducendosi a un esercizio di stile che difficilmente potrebbe fermare un candidato brillante ma magari affetto da quelle patologie che, nei casi estremi, hanno portato a sentenze sciagurate o a comportamenti sopra le righe. La scelta del Csm, caldeggiata da una parte della magistratura associata preoccupata per quella che definiscono una deriva “normalizzatrice”, è stata letta da più parti come una chiusura rativa, un modo per smontare pezzo per pezzo un provvedimento percepito come un’ingerenza nella loro autonomia -8. C'è chi, in aula, ha ricordato come di test psicoattitudinali si parli in Italia dai tempi del famigerato piano di rinascita democratica di Licio Gelli, quasi a voler gettare un'ombra sinistra su una misura che in qualsiasi altra democrazia europea è considerata prassi scontata.

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