L’imprevedibile prevedibilità di Trump e la guerra come farsa
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Redazione Esteri
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L’America, quella che ancora si ostina a credersi il faro del mondo “civile”, porta addosso la macchia indelebile di un presidente – Donald Trump, tornato alla Casa Bianca ormai da più di un anno – la cui natura di mistificatore, lungi dal sorprendere, si è rivelata tragicamente programmabile. Lui, il principe degli imprevedibili, sta dando prova della massima prevedibilità: un paradosso solo apparente, perché la sua strategia, se così si può chiamare, consiste nell’alternare sistematicamente il bastone e la carota, come nel caso del rapporto con l’Iran, ridotto a una farsa grottesca. Parole di fuoco – “spazzare via un’intera civiltà” – si susseguono a promesse di accordi improvvisi, definiti “a portata di mano”, che gli consentirebbero di uscire dal pantano in cui egli stesso ha cacciato la prima potenza mondiale.
La diagnosi di Schumer e il Vietnam del terzo millennio
Definire Trump «un pazzo» – come molti fanno, quasi fosse un insulto generico – è in realtà, secondo un’analisi più attenta, una diagnosi. E il senatore democratico Chuck Schumer, con quella precisione che a volte solo un avversario politico può permettersi, lo corregge al rialzo: «Un pazzo fuori controllo». D’altra parte, chi altri avrebbe potuto infilare gli Stati Uniti in un conflitto destinato a diventare il Vietnam del terzo millennio, senza avere la minima idea di come uscirne? Le cancellerie di mezzo mondo, non solo quelle europee già alle prese con l’eventualità di un abbandono americano della Nato, si interrogano su un punto preciso: dopo la tregua – se mai arriverà – il “regime change” avverrà a Washington piuttosto che a Teheran? L’amministrazione Trump, infatti, appare erratica, incerta, priva di una linea coerente di politica estera; ne consegue che, anche qualora non cambiasse la guardia al vertice, gli Stati Uniti usciranno comunque malamente da questa guerra.
Minacce atomiche e tregue in cui nessuno crede
Ieri Trump parlava, senza mezzi termini, della «possibile cancellazione di una civiltà»; oggi inneggia a una tregua temporanea, come se nulla fosse. Ma chi ci crede, davvero? L’idea che qualcuno – anche un presidente dall’umore così cangiante – possa arrivare a lanciare due bombe atomiche sull’Iran non è plausibile, e non tanto per un improvviso scrupolo morale quanto per elementare calcolo strategico: chi rimarrebbe a guardare, in uno scenario del genere? Andiamo per ordine: un’azione del genere innescherebbe inevitabilmente una guerra mondiale, coinvolgendo potenze militari tutt’altro che marginali. Nessuna tregua annunciata a parole, quindi, regge al vaglio dei fatti; la verità, semmai, la vedremo riflessa sui prezzi – quelli del petrolio, delle materie prime, della stessa instabilità globale che Trump contribuisce ad alimentare.
Il tramonto dei dittatori nei sistemi democratici?
Forse, in controluce, sta tramontando un’epoca: quella dei dittatori – o presunti tali – postisi al vertice di sistemi democratici nel mondo che un tempo si definiva “civile”. Finché non sono arrivati loro, questi personaggi ambigui capaci di tenere in scacco intere nazioni con il solo strumento della confusione mentale, come quella di cui Trump pare preda. Il coraggio di opporsi, semmai, non è ancora emerso con chiarezza né a Washington né altrove. Restano i fatti: minacce e contro-ordini, una diplomazia ridotta a teatrino, e un presidente che continua a ripetere lo stesso copione – bastone e carota, fuoco e fumo – con la regolarità di un orologio impazzito, ma prevedibile. Tanto che ormai nessuno, nelle cancellerie, si stupisce più: ci si limita ad attendere la prossima uscita, sapendo già che sarà l’esatta conferma della precedente.




