Sull’America la macchia di Trump, un prevedibile mistificatore

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Che Donald Trump fosse, per usare un eufemismo, un elemento di disturbo per la politica internazionale, lo si era capito già durante il suo primo mandato; ma la sua rielezione – ormai consolidata da oltre un anno, tanto che nessuno più la considera una notizia – ne ha semplicemente accentuato la cifra stilistica, quella di un mistificatore talmente prevedibile da risultare quasi noioso. Il principe degli imprevedibili, scrive Massimo Teodori, sta dando prova della massima prevedibilità: basti osservare il suo rapporto con l’Iran, una farsa che usa di volta in volta il bastone e la carota, con parole di fuoco – “spazzare via un’intera civiltà” – alternate a improbabili promesse di accordi a portata di mano, i quali gli permetterebbero di uscire dal pantano in cui lui stesso si è cacciato. Nessuno, tra gli osservatori delle cancellerie europee, si stupisce più di queste altalene retoriche; anzi, le danno per scontate. Il problema, semmai, è che la guerra è una cosa seria, e il Caffè Scorretto dell’8 aprile 2026 lo ha ricordato senza troppi giri di parole.

La diagnosi di Schumer e il “Vietnam del terzo millennio”

Facile, troppo facile definire Trump «un pazzo»: l’aggettivo, che a molti suona come un insulto, per il senatore democratico Chuck Schumer diventa invece una diagnosi precisa. «Un pazzo fuori controllo», ha detto Schumer, e non c’è molto da aggiungere. D’altra parte, chiunque altro al suo posto si guarderebbe bene dall’infilare la prima potenza mondiale in un nuovo Vietnam – stavolta persiano – senza avere la minima idea di come uscirne. Le truppe americane, se così si possono chiamare le forze speciali e i contractor già operativi nell’area, sono intrappolate in una logica di escalation che nessuno a Washington sa gestire. Forse, azzardano alcuni analisti, sta tramontando un’epoca: quella dei dittatori – o presunti tali – al vertice di sistemi democratici nel mondo che un tempo veniva definito “civile”. Finché non sono arrivati loro, s’intende. E loro, adesso, sono lì, e governano.

Tutti i mali dell’America di Trump e la possibile reazione europea

Dopo l’ennesima tregua annunciata a voce alta e smentita dai fatti, il vero regime change potrebbe avvenire a Washington piuttosto che a Teheran. Se lo chiedono le cancellerie del mondo, non soltanto quelle europee già alle prese con un eventuale – e temuto – abbandono della Nato da parte degli Stati Uniti. Perché anche senza un cambio di amministrazione, gli Stati Uniti stanno uscendo malissimo da questa guerra: appaiono incerti, erratici, privi di una linea di politica estera coerente. Ieri Trump parlava della possibile cancellazione di un’intera civiltà, oggi inneggia a una tregua temporanea. Ma chi ci crede, davvero? L’idea che qualcuno possa arrivare a lanciare due bombe atomiche sull’Iran non è plausibile, e non perché Trump ne sia incapace, ma perché chi rimarrebbe a guardare? Le potenze militari tutt’altro che marginali – dalla Cina alla Russia, passando per la stessa India – non resterebbero con le mani in mano.

Il coraggio di opporsi e la verità sui prezzi

Il presidente Donald Trump, stando ai resoconti delle ultime riunioni nello Situation Room, pare preda di una confusione mentale che i suoi stessi collaboratori faticano a nascondere. Le sue minacce e le sue tregue? Nessuno ci crede più. La verità, semmai, la vedremo sui prezzi del petrolio e sulle quotazioni del greggio: perché è lì, e non nei proclami, che si misurano le conseguenze di una politica estera folle. Il coraggio di opporsi, in questo quadro, è tutto dei pochi funzionari che ancora tentano di filtrare le direttive presidenziali. Ma è una battaglia persa in partenza. Osserviamo lo scenario globale senza infingimenti: un’azione militare massiccia contro l’Iran innescherebbe inevitabilmente una guerra mondiale, coinvolgendo attori che nessuno, nemmeno Trump, può permettersi di ignorare. Eppure lui li ignora, o finge di farlo. La macchia sull’America, insomma, è ormai indelebile: non la toglierà nessuna tregua, né alcun accordo annunciato alla vigilia di un nuovo disastro.

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