Dazi e minacce a Davos, mentre l'Ue prepara la sua risposta a Trump
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Difficile, se non impossibile, rammentare un'edizione del Forum economico mondiale di Davos così satura di tensione latente, nella quale le contrapposizioni più pericolose non corrano tra blocchi geopolitici tradizionalmente rivali, bensì tra Washington e le capitali del Vecchio continente. L'ironia, non certo sottile, è che l'incontro ufficialmente dedicato allo "spirito del dialogo" si trasforma invece nel palcoscenico di uno scontro annunciato, dove il linguaggio della diplomazia viene soverchiato da quello, ben più diretto, delle ritorsioni commerciali. Bruxelles, che pure sperava di utilizzare l'occasione per un incontro pacificatore con l'amministrazione statunitense, si trova costretta a preparare le contromisure, mentre il presidente Donald Trump mantiene il mirino puntato sugli alleati europei, minacciando nuovi dazi che hanno già scatenato una reazione a catena.
Lo strumento anti-coercizione, l'arma in standby di Bruxelles
La risposta europea, come richiesto con insistenza da Parigi, potrebbe materializzarsi attraverso il cosiddetto strumento anti-coercizione, un regolamento adottato nel 2023 concepito inizialmente per difendersi da pratiche ritenute aggressive da parte di Pechino. Quel pacchetto di misure, che contempla la possibilità di imporre sanzioni commerciali unilaterali, limitare gli investimenti e persino restringere l'accesso agli appalti pubblici per le aziende di paesi terzi considerati ostili, rappresenta un bazooka giuridico che l'Unione non ha mai utilizzato finora. La sua attivazione contro gli Stati Uniti, sebbene costituirebbe un episodio senza precedenti, viene ora valutata seriamente come contropartita ai dazi ventilati dalla Casa Bianca, i quali troverebbero una giustificazione formale in quello che Washington definisce un "interventismo militare" europeo sulla questione della Groenlandia.
Un braccio di ferro che travalica l'economia
La posta in gioco, tuttavia, supera ampiamente la mera contesa tariffaria, intersecandosi con nodi strategici di portata globale. Trump, infatti, è impegnato in un braccio di ferro senza precedenti all'interno della stessa alleanza atlantica proprio sulla Groenlandia, mentre contemporaneamente ricopre il ruolo di mediatore imprescindibile nel conflitto in Ucraina. Questo intreccio rende ogni mossa sul tabellone commerciale potenzialmente destabilizzante per l'intera architettura di sicurezza occidentale, trasformando Davos in una passerella dove i sorrisi di circostanza celano calcoli ben più spietati. Il capitalismo globale, come ha sottolineato il numero uno di BlackRock Larry Fink aprendo i lavori, affronta una crisi di legittimità profonda, in un mondo populista e diffidente verso le élite, e lo scontro transatlantico ne è al tempo stesso sintomo e causa aggravante.
L'attesa del discorso che potrebbe inasprire lo scontro
Mentre sulla scena svizzera si avvicendano gli interventi dei leader europei e del segretario generale delle Nazioni Unite, l'attenzione di tutti i tremila partecipanti provenienti da centotrenta paesi è catalizzata da un solo atteso discorso: quello del presidente americano. Il suo intervento, in un contesto già così polarizzato, rischia di funzionare da detonatore, trasformando le minacce in un percorso irrevocabile. La 56esima edizione del Forum, con i suoi incontri bilaterali e i suoi dibattiti ufficiali, si svolge così all'ombra di una domanda che aleggia su ogni conversazione: se lo "spirito del dialogo" possa sopravvivere alla logica della coercizione, mentre due pilastri storici dell'ordine liberale si preparano a una prova di forza che nessuno, fino a pochi mesi fa, avrebbe ritenuto possibile.




