La strategia della tensione: l’Iran colpisce gli impianti petroliferi del Golfo e il mercato mondiale trema
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Il conflitto in Medio Oriente, lungi dal rimanere confinato entro i confini iraniani, ha definitivamente valicato i limiti geografici per assumere i contorni di una guerra economica globale, e le avvertenze di Teheran – che da giorni minacciava ritorsioni mirate contro le infrastrutture energetiche dei Paesi del Golfo – si sono purtroppo materializzate in una serie di attacchi che hanno fatto sobbalzare le quotazioni del greggio. La Repubblica Islamica, attraverso le azioni del delle Guardie della Rivoluzione Islamica, sta mettendo in atto una precisa strategia di ritorsione asimmetrica: colpire non tanto le forze armate statunitensi o israeliani, quanto i centri nevralgici dell'economia dei vicini arabi, accusati – a torto o a ragione – di offrire supporto logistico o quantomeno acquiescenza alle operazioni militari guidate da Washington e Gerusalemme. Si è assistito, nelle ultime ore, a un crescendo di attacchi che hanno preso di mira impianti di desalinizzazione in Bahrein – risorsa vitale in quelle latitudini – e, cosa ancor più significativa per gli equilibri del mercato, diverse installazioni petrolifere e aeroportuali in Kuwait, Qatar e Arabia Saudita. Il messaggio che Teheran intende lanciare è terribilmente chiaro: il prezzo della complicità con l'alleato occidentale sarà un'instabilità energetica permanente e dai costi insostenibili per l'intero sistema economico mondiale.
Il “nuovo capitolo” della guerra e il barile a 200 dollari
Il portavoce del delle Guardie della Rivoluzione Islamica, Ebrahim Zolfighari, in una dichiarazione ripresa dalle agenzie internazionali, ha usato parole che suonano come un ultimatum, affermando che gli Stati Uniti hanno aperto un “nuovo capitolo” nel conflitto bersagliando le infrastrutture energetiche iraniane, e che se l'amministrazione Trump è disposta a tollerare un petrolio a 200 dollari al barile, allora può pure continuare “questo gioco”. Una minaccia, quest'ultima, che non è caduta nel vuoto: i mercati asiatici hanno aperto la settimana in forte ribasso, con il Nikkei e il Kospi che hanno registrato cali prossimi al 7-8%, mentre le borse europee hanno seguito a ruota con perdite superiori al 2,5%, in un clima di crescente apprensione per un'inflazione che gli analisti del Fondo Monetario Internazionale hanno già definito “impensabile” solo poche settimane fa. L'impennata del greggio, che ha superato la soglia psicologica dei 100 dollari al barile per poi puntare decisamente verso quota 114, è la diretta conseguenza del timore che lo Stretto di Hormuz – quel collo di bottiglia attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale – possa diventare un lago in fiamme o, peggio, venire chiuso in via definitiva dalle forze iraniane.
L’escalation militare e il tributo di sangue civile
Sul terreno, la situazione è ormai degenerata in un conflitto ad alta intensità che non risparmia più nessuno. Da un lato, l'aviazione israeliana ha condotto raid senza precedenti su depositi di carburante e raffinerie nella stessa Teheran e nella provincia di Alborz, provocando incendi di vaste proporzioni e una nube tossica che ha oscurato il cielo della capitale, mentre fonti locali riferiscono di quattro autisti di autocisterne uccisi nel bombardamento. Dall'altro, la risposta iraniana non si è fatta attendere, con la ventisettesima e ventinovesima ondata di attacchi denominati “Onesta Promessa”, che hanno preso di mira non solo obiettivi militari, ma anche – e qui sta la novità che inquieta i governi della regione – infrastrutture civili e industriali nei Paesi del Golfo. In Bahrein, un attacco con droni ha danneggiato un impianto di desalinizzazione a Muharraq, ferendo tre persone, mentre in Kuwait un deposito di carburante adiacente all'aeroporto internazionale è stato centrato in pieno, provocando la morte di due guardie di frontiera. La stessa Arabia Saudita ha dovuto attivare le proprie difese aeree per intercettare droni diretti verso il quartiere diplomatico di Riyadh e il giacimento di Shaybah, dimostrando come nessuno, ormai, possa sentirsi al sicuro sotto un ombrello protettivo che appare sempre più permeabile.
La successione a Khamenei e la chiusura dei ranghi
In questo quadro di estrema volatilità, si inserisce un elemento politico di primaria importanza che rischia di irrigidire ulteriormente le posizioni. L'Assemblea degli Esperti iraniana ha ufficialmente designato Mojtaba Khamenei, figlio del leader Ali Khamenei ucciso nei primi giorni del conflitto, come nuovo “Rahbar”, ossia Guida Suprema della Rivoluzione. Una successione che sancisce di fatto la nascita di una dinastia ereditaria alla guida del paese, e che ha ricevuto immediatamente la piena adesione e la promessa di obbedienza da parte del potente delle Guardie della Rivoluzione. Il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, ha definito la scelta come una prova di “resilienza e unità” nazionale, mentre il Cremlino, per bocca di Vladimir Putin, ha già fatto giungere un messaggio di “sostegno incrollabile” al nuovo leader. Una mossa, quella della leadership iraniana, che mira a chiudere i ranghi e a mostrare compattezza di fronte alle pressioni esterne, ma che ha scatenato la reazione fulminea di Donald Trump, il quale ha definito la successione “inaccettabile” e ribadito che sarà Washington, in coordinamento con Israele, a decidere quando e come porre fine al conflitto, imponendo a Teheran quella che il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha definito senza mezzi termini una resa incondizionata.
Lo stallo diplomatico e la crisi umanitaria
Sul fronte diplomatico, le acque sono quanto mai agitate e prive di approdi. Mentre gli Stati Uniti hanno ordinato il ritiro del personale non essenziale dalle proprie ambasciate in Arabia Saudita, e Paesi come la Spagna hanno negato l'utilizzo delle basi militari di Rota e Morón per le operazioni statunitensi, l'Europa assiste frammentata e impotente all'escalation. I tentativi di mediazione, di cui si hanno solo vaghe tracce, appaiono destinati a infrangersi contro la determinazione delle parti in conflitto. Sul campo, intanto, il conto delle vittime continua a salire in modo inesorabile: oltre al personale militare statunitense caduto, si contano decine di civili uccisi nei raid in Iran – con la strage di una scuola elementare che ha causato la morte di 168 bambini e su cui il Pentagono ha aperto un'inchiesta per fare chiarezza sulla dinamica – e nei Paesi del Golfo, dove due cittadini bangladesi hanno perso la vita in un attacco nei pressi di Riyadh. L'onda lunga di questa guerra, iniziata come conflitto localizzato, si sta infrangendo con violenza inaudita su sponde lontane, trascinando con sé certezze economiche e vite umane, in una spirale dalla quale sembra sempre più difficile uscire.




