Il Perù cambia di nuovo presidente: José Jerí sfiduciato dopo appena quattro mesi, al suo posto l’ottantenne Balcázar
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
La girandola politica peruviana non conosce sosta, e l’ultimo capitolo di questa lunga crisi istituzionale si è consumato nella capitale, Lima, tra le mura di un Congresso che ormai agisce come una vera e propria ghigliottina per chi siede sulla poltrona più alta del Paese. José Jerí, presidente ad interim subentrato solo lo scorso ottobre a Dina Boluarte — la quale, a sua volta, aveva raccolto l’eredità del maestro rurale Pedro Castillo — è stato sollevato dall’incarico con una votazione che non ha lasciato spazio a repliche. La maggioranza dei deputati, con 75 voti a favore, 24 contrari e tre astensioni, ha infatti approvato una mozione di censura nei suoi confronti, un meccanismo procedurale che, di fatto, ha reso vacante sia la presidenza del Congresso, che Jerí deteneva, sia, per conseguenza, la guida dello Stato -1-10.
Il detonatore di questa ennesima defenestrazione, la settima in un decennio per un’analoga instabilità che non ha eguali in America Latina, risiede in uno scandalo che i media locali hanno ribattezzato Chifa-gate -2. Al centro delle indagini, che hanno portato la Procura ad aprire un fascicolo per presunto traffico di influenze e patrocinio illegale, ci sarebbero una serie di incontri riservati, mai registrati nell’agenda ufficiale del presidente, con alcuni imprenditori di nazionalità cinese. Le immagini dei colloqui, avvenuti in un ristorante chifa — locale tipico che fonde la cucina peruviana con quella cantonese — nel distretto limegno di San Borja, ritraevano Jerí mentre varcava la soglia dell'esercizio commerciale con il cappuccio della felpa calato sulla testa, quasi a voler celare la propria identità -4-6. Un atteggiamento, questo, che ha immediatamente alimentato i sospetti e che è parso in aperta contraddizione con la trasparenza richiesta a un capo di Stato, per quanto con un mandato provvisorio e limitato.
Ma le maglie dell'inchiesta giornalistica, che ha portato alla luce la vicenda, si sono strette ulteriormente attorno all'ex presidente quando è emerso che, durante quegli stessi incontri, era presente anche un altro cittadino cinese, tale Xiaodong Ji Wu, il quale si trovava all'epoca agli arresti domiciliari per il suo coinvolgimento presunto in una rete di traffico illegale di legname -2-4. Un particolare, quest'ultimo, che ha trasformato quello che poteva sembrare un semplice errore di comunicazione in un caso politico di ben più vaste proporzioni, gettando un'ombra inquietante sulla natura dei rapporti intrattenuti dal dimissionario Jerí con soggetti sotto la lente della magistratura. Lo stesso Jerí, in un estremo tentativo di difesa, aveva parlato di una “trappola” tesagli ai danni, ma le sue giustificazioni — compresa quella di aver incontrato l'uomo d'affari Zhihua Yang per organizzare iniziative legate alla festa dell'amicizia sino-peruviana — non hanno retto all'urto delle evidenze raccolte dalle trasmissioni d'inchiesta Punto Final e Cuarto Poder -2.
Il nodo della procedura e la successione lampo di Balcázar
La caduta di José Jerí, che lascia il palazzo presidenziale della Casa de Pizarro dopo un brevissimo mandato, presenta un profilo giuridico piuttosto singolare, che ha sollevato pi di un sopracciglio tra i costituzionalisti peruviani. Per rimuoverlo, infatti, il Congresso non ha fatto ricorso all'istituto classico della vacancia per “permanente incapacità morale”, procedura che avrebbe richiesto una maggioranza qualificata di 87 voti, difficilmente raggiungibile -6-9. Si è invece scelta la via più agile della censura, che colpiva Jerí nella sua veste di presidente del Legislativo. Una volta decaduto da tale ruolo, è venuta automaticamente meno anche la sua funzione di capo dello Stato ad interim, che ricopriva proprio in virtù di quella carica. Un espediente procedurale che alcuni giuristi, come l'ex presidente del Tribunale costituzionale Óscar Urviola, non hanno esitato a definire, nella sostanza, una sorta di "colpo di Stato" strisciante -6.
Qualunque sia stata la natura tecnica del voto, il risultato è stato rapido e inappellabile: il Perù si è ritrovato, per l'ennesima volta, senza una guida politica certa a meno di due mesi dalle elezioni generali fissate per il 12 aprile. Il Congresso, riunitosi in sessione straordinaria il giorno successivo alla destituzione, ha così dovuto procedere alla nomina di un nuovo presidente del Parlamento, il quale, come da prassi, avrebbe assunto contestualmente le funzioni di capo dello Stato provvisorio fino al 28 luglio, data in cui subentrerà il vincitore delle urne -3-8. L'ago della bilancia, in un'emiciclo frammentato in numerosi gruppi, si è spostato verso sinistra, incoronando il nome, solo in apparenza a sorpresa, di José María Balcázar.
Balcázar, avvocato ottantatreenne originario della regione di Cajamarca e con un passato da magistrato presso la Corte Suprema, è riuscito a prevalere al secondo scrutinio sulla favorita della vigilia, la conservatrice María del Carmen Alva, raccogliendo 64 preferenze -3-7. La sua elezione segna il ritorno al potere del partito Perú Libre, la stessa formazione marxista che nel 2021 portò alla presidenza Pedro Castillo, poi destituito e attualmente detenuto per il suo tentativo di autogolpe. Un ritorno, quello della sinistra radicale al governo, che ha suscitato più di qualche fibrillazione tra le forze di opposizione, già alle prese con una campagna elettorale in cui i sondaggi non regalano certezze a nessuno dei 36 candidati in lizza. Toccherà ora a Balcázar, il presidente più anziano nella storia repubblicana del Perù, traghettare il Paese verso le urne, in un clima di crescente insicurezza cittadina e di profondo scollamento tra la classe dirigente e una cittadinanza ormai stanca di vedere i propri presidenti succedersi con una rapidità che supera persino quella del celebre cambio della guardia degli Hussari di Junín -8.




