«Amo la provincia e le storie di chi non ce l’ha fatta». Albanese, il cinema come odissea degli esclusi e l’elogio degli sconfitti.
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Il cinema italiano contemporaneo, trainato da un inaspettato quanto prepotente ritorno del pubblico in sala — fenomeno che persino Antonio Albanese, commentando il recente record di Checco Zalone, ha definito meritevole quasi di un busto al Quirinale —, trova nella narrazione della marginalità una delle sue cifre più autentiche. Ed è precisamente in questo solco che si inserisce Lavoreremo da grandi, sesto lavoro da regista del comico comasco, il quale, dopo aver esplorato la tragedia operaia in Cento domeniche, sceglie ora la chiave della commedia notturna per restituire dignità poetica a coloro che il mercato, con la sua feroce selezione darwiniana, ha lasciato indietro. Albanese, 61 anni, originario di Olginate e con due Nastri d’argento alle spalle, non racconta eroi: mette in scena l’irrisolutezza.
La genesi del film, distribuito da PiperFilm e ambientato sulle rive del lago d’Orta, affonda le radici in una cronaca locale apparentemente minore. Albanese lo ha rivelato al pubblico del Conca Verde di Longuelo, martedì 10 febbraio: lo spunto è una notizia letto su un giornale di provincia, quella di un’anziana benestante che, morendo, devolve l’intero patrimonio alla Chiesa lasciando al nipote — un cinquantenne che considera il lavoro «volgare» — nient’altro che una collezione di parrucche e un necessario di trucco -5. Da questo dettaglio grottesco, quasi flaubertiano, il regista ha costruito il personaggio di Gigi, interpretato da Nicola Rignanese: un uomo diseredato che vaga ubriaco indossando una parrucca rosa, protesta muta e struggente contro una sconfitta che non sa elaborare -10.
Attorno a lui ruota un quartetto di falliti sereni. C’è Beppe, idraulico taciturno interpretato da Giuseppe Battiston — il quale, durante la promozione a Olginate, ha scherzosamente rivendicato la cittadinanza onoraria del paese —, un uomo che vive con la madre e che non si è mai innamorato -2. C’è Umberto, lo stesso Albanese, musicista fallito, divorziato due volte, incapace di gestire l’eredità paterna e padre di un ragazzo, Toni, che del carcere ha fatto una paradossale abitazione. È Toni, Niccolò Ferrero, definito dal regista «un giovane Alain Delon», a rappresentare il ricambio generazionale della resa: troppo sveglio per credere alle promesse, troppo giovane per essere già stanco -3.
Il set notturno, l’eterno lemure e la sintonia del cast
La lavorazione del film ha imposto ritmi insoliti. Per sei settimane su otto, Albanese e la sua compagnia — tra cui la bresciana Marianna Folli, chiamata per il ruolo di una escort naïve — hanno girato esclusivamente di notte. «All’inizio ero sconvolto», ha ammesso il regista; «mi sentivo un lemure» -5. Una condizione, questa, che ha paradossalmente favorito l’empatia tra i componenti del cast, legati da una sintonia quasi musicale che Albanese rivendica come prerequisito essenziale per la riuscita della comicità. Non improvvisazione, ma scienza: prove estenuanti, tavolino e testo, per poi ridurre i ciak all’osso per non disperdere l’energia. Battiston, dal canto suo, si era portato una griglia sul set per cucinare, piccolo gesto conviviale che preludeva a quello che sarebbe accaduto dopo l’ultima scena. Il pranzo di commiato, racconta Albanese, è durato fino alle 18:30; solo l’ingresso di una coppia di turisti tedeschi venuti a cena li ha fatti accorgere che il tempo, fuori, aveva continuato a scorrere -5.
La notte, l’incidente e la provincia come condizione mentale
La trama, volutamente minimale, si consuma in poche ore. Dopo una serata al bar del paese, gestito da Bebo Storti — dispensatore di consigli non richiesti e, con la sua autorevolezza bonaria, una delle colonne portanti della vicenda —, i quattro salgono in auto. Un urto, un sull’asfalto, la fuga. Il rifugio nella casa di Umberto diventa allora una camera di decompressione emotiva, un teatro chiuso dove le maschere cadono e le responsabilità vengono reindirizzate altrove. Albanese definisce i suoi personaggi «cacciatori di alibi»: non c’è in loro la consapevolezza tragica del vinto, ma la tenace e innocente capacità di attribuire la propria disfatta a cause esterne, al mercato, alla sfortuna, al capitalismo che ha trasformato l’utopia del «lavorare meno, lavorare tutti» in un incubo di precariato -5-10.
A dare il Titolo all’opera è una battuta, una promessa sospesa nel futuro: lavoreremo da grandi. È un’espressione che contiene in sé tutta la speranza infantile e, al contempo, l’amara consapevolezza che quell’età adulta non arriverà mai. Il regista ha voluto allontanarsi dalla tematizzazione diretta del lavoro — pure centrale in quasi trent’anni della sua produzione, da Giù al nord con Michele Serra a L’intrepido di Amelio — per concentrarsi invece sull’affetto che si può provare per anime rimaste a metà -3.
L’eredità di Mazzacurati e il punk della rassegnazione
Ogni volta che parla di Carlo Mazzacurati, Albanese ammette di commuoversi. Fu il maestro padovano a dirigerlo nel suo primo film, e da quel rapporto è derivata una concezione della provincia non come periferia geografica ma come centro morale del racconto. «Una storia come questa in città si disperde», sostiene Albanese; «in provincia si esalta» -3. E così, se il lago d’Orta è stato scelto quasi per caso — il soggetto venne scritto lì —, la sua bellezza immobile e un po’ straniata diventa il controcampo ideale per il caos interiore dei protagonisti. Non c’è redenzione, all’alba. Né la scena madre del dipinto di Füssli, né la catarsi. C’è invece la consapevolezza che anche il tramonto può essere accogliente, se si smette di pretendere che ogni giorno debba per forza ricominciare.
L’ultima parola, o meglio l’ultima nota, spetta alla musica. Sui titoli di coda, Gli sbandati hanno perso di Marracash e Zef sigilla il senso dell’operazione. Non una sentenza, ma una constatazione. Il regista ha definito questo film «il più trasgressivo» della sua carriera, più di Epifanio, più di Alex Drastico. Non per la forma, ma per lo sguardo: non giudicare chi non ce l’ha fatta, non sanarlo, non restituirlo al mercato. Limitarsi ad amarlo -3-10.




