Alta velocità Napoli-Bari, il lavoro scomparso dietro le mazzette
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Redazione Interno
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C’è un aspetto che rischia di passare in secondo piano, schiacciato com’è dalle cronache giudiziarie sulle tangenti e sui regali di lusso. Nelle indagini della Procura di Napoli e della Guardia di Finanza sui cantieri dell’Alta Velocità Napoli-Bari, accanto alla corruzione, emerge con prepotenza un’accusa di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro.
I turni, le paghe, le condizioni di sicurezza: è qui che si annida una parte forse ancora più grave di quanto emerso finora, perché tocca direttamente la dignità delle persone impiegate per costruire un’opera finanziata anche con risorse pubbliche.
Turni da venti ore e riposi di poche ore
Nel cantiere di Grottaminarda, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, sarebbero stati individuati 34 lavoratori egiziani sottoposti a condizioni particolarmente pesanti. I turni di lavoro avrebbero raggiunto anche le 20 ore consecutive, con pause ridotte a tre o quattro ore in alcuni casi. A queste condizioni si aggiungono retribuzioni inferiori ai minimi contrattuali, violazioni delle norme sull’igiene e sulla sicurezza, irregolarità nei permessi di soggiorno e nella documentazione relativa alla formazione dei lavoratori.
Il sistema del caporalato e l’intermediario
Al centro del meccanismo di sfruttamento, secondo la ricostruzione degli inquirenti, ci sarebbe un intermediario di origine egiziana, formalmente dipendente di una delle società coinvolte ma in realtà considerato il regista del reclutamento della manodopera. Le intercettazioni restituiscono conversazioni nelle quali si parla esplicitamente di caporalato, di lavoratori che dormono poche ore e poi tornano in galleria, di permessi di soggiorno venduti a 1.500 euro ciascuno, di sistemazioni di fortuna come “ruderi in campagna” per alloggiare una decina di operai.
Un sistema che, secondo gli investigatori, avrebbe alimentato anche un flusso di denaro verso l’Egitto per investimenti immobiliari, per un valore di circa 300mila euro.
Le conseguenze tecniche di un sistema malato
Non si tratta soltanto di una questione di diritti negati. Dalle indagini emerge un intreccio tra lo sfruttamento della manodopera e la qualità stessa delle opere realizzate. I carotaggi effettuati su strutture non ancora ultimate avrebbero evidenziato, in alcuni casi, valori di resistenza del calcestruzzo inferiori a quelli previsti dal progetto. In un’occasione furono rilevati valori di 30, 29 e 32 N/mm², circostanza che portò al blocco dei lavori.
Tra le possibili cause indicate negli accertamenti figurano l’aggiunta di acqua, l’errato dosaggio degli additivi e anomalie nella preparazione e nel trasporto del materiale. Un elemento che, per il giudice per le indagini preliminari, assume una “straordinaria gravità”.
Il ruolo dei controlli e il nodo dei subappalti
A sollevare il problema non sono soltanto gli inquirenti. La Fillea Cgil, attraverso le dichiarazioni del suo segretario generale Antonio Di Franco, denuncia da tempo quello che definisce un “sistema malato” nella realizzazione delle grandi opere. Il punto centrale, secondo il sindacato, riguarda il ruolo dei committenti, a partire da Rfi, che risultano “completamente assenti” nella vigilanza sulla filiera dei subappalti.
Di Franco parla di turni massacranti, di buste paga falsificate da voci anomale, di lavoratori che superano le 220 ore mensili e le 800 ore annue di straordinario a fronte delle 250 previste dalla legge.
La Procura di Napoli contesta a vario titolo, nei confronti di 49 indagati, reati che vanno dalla corruzione all’emissione di fatture per operazioni inesistenti, dall’intermediazione illecita allo sfruttamento del lavoro. Venti le misure cautelari eseguite, dieci delle quali consistono in arresti domiciliari. Il quadro che emerge dalle carte giudiziarie racconta di un’opera strategica per il Mezzogiorno, finanziata in gran parte con fondi del Pnrr, nella quale l’illegalità non è un incidente isolato ma un sistema che attraversa la filiera dei subappalti.
È il procuratore Nicola Gratteri a sintetizzare il concetto con parole nette: «Il sistema normativo non funziona. Il subappalto è l’anello debole della catena».
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