Tav Napoli-Bari, mazzette nei panettoni e cemento scadente: dieci arresti
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Redazione Interno
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Un sistema corruttivo pervasivo, radicato nella filiera dei subappalti dell'Alta Velocità Napoli-Bari, è al centro di un'inchiesta della Procura di Napoli e della Guardia di Finanza che ha portato a venti misure cautelari.
Il quadro ricostruito dagli inquirenti ruota attorno a mazzette in denaro contante, regalie di lusso e una rete di favori intrecciata con gli ambienti della criminalità organizzata casertana, mentre nei cantieri si consumava parallelamente lo sfruttamento di manodopera straniera e si faceva largo l'uso di calcestruzzo dalla resistenza inferiore alle prescrizioni progettuali.
Il meccanismo corruttivo e i regali di lusso
Secondo l'ipotesi investigativa, imprenditori e pubblici ufficiali con responsabilità tecniche, amministrative e di cantiere avrebbero dato vita a uno scambio sistematico di favori. Le somme illecite viaggiavano nascoste all'interno di confezioni regalo natalizie: in un episodio i finanzieri avrebbero trovato diecimila e quattromila euro in contanti tra panettoni e biscotti, destinati a soggetti coinvolti nella gestione delle commesse.
Accanto al denaro, un catalogo di benefit che comprendeva orologi di pregio, telefoni cellulari, soggiorni esclusivi tra Capri e Ischia con skipper al seguito e persino un Suv Porsche Macan messo a disposizione per raggiungere le spiagge salentine di Porto Cesareo. Il gip ha descritto i rapporti tra presunti corruttori e corrotti come caratterizzati da un asservimento delle funzioni pubbliche agli interessi delle imprese favorite.
Al centro della vicenda giudiziaria figura Dante Salzillo, amministratore della Areco, indicato negli atti come il principale interlocutore dei responsabili dei cantieri e capace, secondo gli inquirenti, di costruire un «forte ascendente» sui manager di Rfi e dei consorzi appaltatori. Attraverso le sue relazioni, Salzillo avrebbe favorito l'ingresso di imprese amiche nella filiera dei lavori, comprese alcune riconducibili al clan Belforte di Marcianise.
Le indagini hanno ricostruito anche un sistema di fatture per operazioni inesistenti utilizzato per creare disponibilità di denaro contante, parte del quale sarebbe poi confluito nelle dazioni corruttive.
Il cantiere di Grottaminarda e i turni impossibili
Un secondo filone dell'inchiesta riguarda le condizioni di lavoro nei cantieri. Nel sito di Grottaminarda, in provincia di Avellino, sarebbe stata documentata la presenza di trentaquattro lavoratori di origine egiziana sottoposti a turni che, in alcuni casi, raggiungevano le venti ore consecutive, con pause ridotte a tre o quattro ore. Le retribuzioni corrisposte sarebbero state inferiori ai minimi contrattuali e le violazioni delle norme sull'igiene e la sicurezza sarebbero state sistematiche.
Le intercettazioni hanno restituito frammenti agghiaccianti: il caporalato descritto dagli stessi indagati come una pratica «notte e giorno», con operai che dormivano poche ore e tornavano in galleria. Sarebbero inoltre emerse irregolarità nei permessi di soggiorno e nella documentazione relativa alla formazione obbligatoria, con certificazioni falsificate che lasciavano i lavoratori privi di un'adeguata preparazione sui rischi delle mansioni.
Uno degli uomini indicati come reclutatore della manodopera egiziana è finito agli arresti domiciliari. Dalle carte emerge anche il tentativo di Salzillo di reperire un «rudere di campagna» per alloggiare una decina di lavoratori extracomunitari. Il reclutamento sarebbe stato funzionale a un meccanismo di pagamenti in nero e buste paga falsificate, con somme di denaro che transitavano dall'imprenditore al mediatore e da questi agli operai, secondo modalità che gli inquirenti hanno ricostruito attraverso le intercettazioni.
Calcestruzzo sotto la soglia e materiali di scavo
Il terzo fronte dell'indagine investe la qualità dei materiali impiegati. I carotaggi effettuati su opere non ancora ultimate avrebbero evidenziato valori di resistenza inferiori a quelli previsti dal progetto: in un'occasione furono rilevati trenta, ventinove e trentadue newton su millimetro quadrato, circostanza che portò al blocco dei lavori. Tra le possibili cause indicate negli accertamenti figurano l'aggiunta di acqua, l'errato dosaggio degli additivi e anomalie nella preparazione e nel trasporto del conglomerato.
Il gip ha definito la circostanza di «straordinaria gravità» anche in termini di sicurezza, poiché il calcestruzzo in questione sarebbe stato utilizzato in opere strutturali come pareti e solai, destinate a proteggere il passaggio dei treni ad alta velocità.
Le verifiche hanno riguardato anche la gestione dei materiali di scavo: secondo l'accusa, sarebbero stati smaltiti come rifiuti non pericolosi materiali nei quali erano presenti tracce di amianto. Le indagini si sono concentrate sulle tratte Napoli-Cancello, Apice-Hirpinia e Frasso Telesino-Telese-San Lorenzo-Vitulano. Le presunte irregolarità non vengono attribuite alla stazione appaltante Rete Ferroviaria Italiana, ma a soggetti operanti nell'ambito dei subappalti.
Il procuratore di Napoli Nicola Gratteri ha indicato proprio nei subappalti l'«anello debole» della catena, il luogo dove le mafie e i faccendieri si concentrano per gestire denaro e potere.
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