Sabotaggio sulla Lecco-Tirano, bruciati sette cavi: indaga l’antiterrorismo di Milano

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non c’è tregua per le infrastrutture che sostengono il grande evento sportivo, e l’allarme, dopo i precedenti del primo fine settimana di gare, è tornato a salire lungo la direttrice che dalla provincia di Lecco conduce ai passi alpini della Valtellina. Era da poco passata l’una quando, nella notte tra lunedì e martedì, qualcuno si è avvicinato alla sede ferroviaria nei pressi di Abbadia Lariana, una manciata di chilometri a nord del capoluogo, scegliendo con cura il punto in cui colpire. L’obiettivo era una centralina di scambio, posta a circa trecento metri dalla stazione: sette cavi, per uno sviluppo complessivo di sessantaquattro centimetri di danni, sono stati ridotti in cenere da un rogo sviluppatosi intorno alle due -1-3.

Sulle traversine, al termine delle operazioni di spegnimento condotte dai vigili del fuoco, gli agenti della Polfer e della Digos di Lecco hanno rinvenuto i resti di una bottiglia infiammabile. Un residuo che agli inquirenti è parso subito una firma, o quantomeno un indizio di metodo: l’uso di un ordigno artigianale, molto verosimilmente una molotov, riporta infatti alle tecniche utilizzate nella notte tra il 6 e il 7 febbraio sulle linee di Bologna e Pesaro, azioni che la Procura felsinea ha già formalmente ricondotto, con un fascicolo per terrorismo, alla matrice anarco-insurrezionalista -3-4. Il gesto, e qui sta il punto attorno a cui si stringe il cerchio delle indagini, non è stato solo doloso: è stato anche silenzioso, calibrato su una fascia oraria – quella delle due di notte – in cui la circolazione è sospesa e il buio può agevolare chi non vuole essere visto, evitando al contempo di ferire persone incolpevoli.

Il fascicolo, aperto dalla Procura di Milano e affidato alla sezione Antiterrorismo, poggia ora su un lavoro di incrocio che impegna la Digos del capoluogo lombardo, subentrata nelle verifiche dopo i primi accertamenti dei colleghi lecchesi -9. Non è solo la contiguità temporale con i Giochi invernali – le cui gare di sci alpino e snowboard sono in pieno svolgimento proprio a Bormio e Livigno – a orientare la pista investigativa, quanto piuttosto la logistica del bersaglio. Quella linea, la Lecco-Colico-Tirano, non è un semplice ramo ferroviario locale: rappresenta l’unico collegamento su rotaia con l’Alta Valtellina, un percorso obbligato per chi, giungendo da Milano o dall’aeroporto di Orio al Sereno, deve poi proseguire su gomma attraverso i tornanti che portano ai comprensori olimpici. Attaccare lì, a trecento metri da una banchina deserta, significa colpire il simbolo stesso di una mobilità già messa a dura prova dall’estensione territoriale di questa edizione dei Giochi.

I tecnici di Rete Ferroviaria Italiana hanno lavorato per ripristinare la funzionalità degli scambi prima dell’avvio del traffico mattutino, ed effettivamente, a differenza di quanto accaduto sull’Adriatico con ritardi che in alcuni casi hanno superato le quattro ore, qui il sabotaggio non ha provocato cancellazioni o disagi significativi ai pochi convogli in transito nelle ore successive -1-5. Ma l’assenza di ripercussioni sul servizio, hanno spiegato fonti investigative, non ridimensiona la gravità dell’atto. Al contrario, la precisione con cui è stato inferto il colpo – pochi centimetri di cavi bruciati, giusto quelli necessari a mettere fuori uso il sistema di deviazione – suggerisce una conoscenza, se non specialistica, quantomeno empirica del funzionamento delle reti ferroviarie.

Sul tavolo dei magistrati milanesi, intanto, sono arrivate le prime immagini dei sistemi di videosorveglianza, passate al setaccio dalla polizia scientifica nella speranza di isolare un’auto, una sagoma, un movimento sospetto nell’ora in cui le fiamme hanno illuminato i binari. E sebbene nessun gruppo abbia ancora formalmente rivendicato l’attentato di Abbadia Lariana, la circostanza che la dinamica ricalchi fedelmente quella dei sabotaggi del 7 febbraio – rivendicati invece con un messaggio pubblicato sulla piattaforma noblogs dal Titolo “Fuoco alle Olimpiadi” – rappresenta al momento la traccia più solida -2. La struttura dell’azione, unita alla scelta di un orario notturno e di un bersaglio periferico ma strategicamente rilevante, confermerebbe l’adesione a un repertorio consolidato, quello dei collettivi anarchici insurrezionalisti, da anni monitorati per la loro propensione ad attaccare ciò che percepiscono come ingranaggi del sistema produttivo e spettacolare.

La fragilità, in questo caso, non è solo dell’acciaio. Il tratto preso di mira, incastonato tra il lago e la montagna, presenta infatti delle criticità oggettive in termini di protezione: chilometri di linea aperti, di difficile presidio continuo e con una segnaletica che, di notte, diventa quasi evanescente. Gli agenti della Polfer hanno intensificato i pattugliamenti, ma la conformità orografica del territorio – si viaggia lungo la sponda orientale del Lario, tra gallerie e strapiombi – rende complesso blindare ogni singolo metro di rotaia. Non è un caso che la relazione tecnica redatta dopo il sopralluogo abbia evidenziato come l’innesco sia stato piazzato in un punto esatto, l’unico in cui la vegetazione e l’assenza di ostacoli permettono un accesso rapido e una fuga altrettanto celere verso le stradine che risalgono verso i paesi collinari.

Mentre la Digos setaccia i domiciliari e i precedenti specifici di alcuni soggetti già noti nell’area lariana, il clima tra gli addetti ai lavori resta teso. I rappresentanti del Comitato organizzatore, pur evitando dichiarazioni pubbliche che possano alimentare il panico, hanno chiesto un tavolo tecnico permanente in Prefettura. La richiesta, per quello che si è appreso, è duplice: da un lato ottenere un rafforzamento della vigilanza passiva sui nodi nevralgici della rete, dall’altro verificare la possibilità di istituire un coordinamento investigativo unico che eviti la frammentazione delle competenze tra le varie Procure del Nord Italia.

L’ombra che si allunga sulla Valtellina, dunque, ha il perimetro già tracciato dagli accertamenti compiuti in Emilia. A Bologna, il procuratore Paolo Guido ha aperto un’inchiesta per danneggiamento aggravato con finalità di terrorismo, dopo che due ordigni rudimentali – barattoli metallici riempiti di materiale infiammabile e innescati con timer da orologio – erano stati collocati nei pozzetti della fibra ottica alla periferia del capoluogo -4. Lì, uno dei dispositivi non è esploso, consegnando agli inquirenti un carico prezioso di tracce biologiche e componenti meccaniche. Ebbene, sebbene le Procure di Bologna e Milano procedano separatamente, gli inquirenti non escludono che le forniture di materiale o le mani che hanno confezionato gli ordigni possano essere le stesse. Il ritrovamento del collo di bottiglia ad Abbadia Lariana, compatibile con la sagoma di una birra da 66 centilitri, è al vaglio dei laboratori specializzati per eventuali comparazioni con i residui recuperati sull’Adriatico.

Quel che emerge, dagli scenari investigativi fin qui tratteggiati, è il profilo di un’offensiva condotta per sottrazione. Niente stragi, niente vittime, ma un stillicidio di piccoli fuochi accesi sotto le infrastrutture di un Paese in vetrina. Un sabotaggio ogni quarantotto ore, nella settimana d’esordio dei Giochi, è una frequenza che le forze dell’ordine non registravano dall’epoca delle contestazioni al G8 di Genova. I sette cavi di Mandello del Lario – il Comune confina proprio con Abbadia Lariana – si aggiungono così ai fili tranciati a Bologna, alla cabina di Pesaro ridotta in cenere e a un terzo principio d’incendio segnalato sulla direttrice Padova, ancora in fase di accertamento -4. Una concatenazione che rende il perimetro dei Giochi non più un contenitore di eventi festivi, ma il teatro di uno stillicidio che la magistratura, adesso, tenta di ricondurre a un disegno unitario.

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