Molotov nel nome di Sara e Sandro, l’antiterrorismo indaga sul filo nero tra Roma e Atene
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Redazione Interno
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La rivendicazione di un attacco incendiario avvenuto in Grecia – una Molotov lanciata contro la presidenza del politecnico di Atene, come anticipato da “Il Tempo” – ha improvvisamente riacceso i riflettori su un asse eversivo che da tempo, seppur silenziosamente, preoccupa gli investigatori italiani. A firmare l’azione, nelle scorse ore, è stato un gruppo che si è auto-intitolato ai due anarchici romani morti nell’esplosione del casolare di via dei Monti Tiburtini: Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone. Proprio questo passaggio, l’intitolazione del “nucleo” ellenico alla coppia scomparsa, ha fornito agli inquirenti della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo un indizio pesante, trasformando un episodio di fuoco apparentemente locale in un tassello di un mosaico più vasto. L’ipotesi, insomma, è che tra le frange insurrezionaliste italiane e quelle greche esista una saldatura operativa, alimentata da una comune mitologia violenta e da una reciprocità nella pratica della lotta armata.
L’esplosione del casale romano e l’allarme sulle nuove cellule
La deflagrazione che, settimane fa, ha polverizzato il casolare alla periferia di Roma – uccidendo i due giovani mentre probabilmente maneggiavano ordigni – aveva già messo in allarme il comparto di polizia dedicato alla prevenzione del terrorismo. Da quel rogo, tra le lamiere e i detriti, gli artificieri hanno recuperato materiali e scritte che lasciavano intravedere un progetto eversivo non episodico. Ora, la rivendicazione greca arriva a irrobustire quel sospetto: il filo rosso che unisce Atene e Roma, già sorvegliato dall’intelligence internazionale, non sarebbe più solo una teoria accademica. I due anarchici morti diventano, così, un simbolo postumo, un vessillo per chi, altrove, intende replicarne le scelte, moltiplicando i “focolai” come esplicitamente richiesto nel testo della stessa rivendicazione.
L’asse Roma-Atene e il lavoro silenzioso degli investigatori
Da tempo, gli 007 italiani monitorano i movimenti di alcuni esponenti dell’area antagonistica greca, noti per la loro ferocia operativa – basti pensare agli attentati dinamitardi del passato contro sedi diplomatiche e istituzionali. D’altro canto, le autorità elleniche hanno spesso ricevuto segnalazioni su presunti viaggi di militanti italiani verso l’Attica, finalizzati a scambi di tecniche o a forme di solidarietà logistica. Quello che oggi appare nuovo, agli occhi degli inquirenti romani, è la volontà esplicita di reclamizzare un legame “funerario” e militante, usando i nomi di Mercogliano e Ardizzone come una sorta di marchio transnazionale. Si tratta, per gli investigatori, di un’evoluzione pericolosa: l’intitolazione fissa un’eredità, trasforma due morti accidentali in un martirologio d’azione, spingendo altri a “fare un piccolo passo in più”, come si legge nel volantino greco.
Indagini senza conclusioni, tra silenzi e carte coperte
Al momento, il nucleo investigativo non fornisce dettagli su eventuali nomi di collegamento o sui materiali sequestrati nel casale romano; gli accertamenti proseguono tra Roma e Atene, con scambi di informazioni attraverso i canali di Eurojust ed Europol. Non si esclude che la stessa rivendicazione contenga elementi utili per risalire agli autori materiali dell’attacco al politecnico – un lancio di bottiglie incendiarie che ha provocato danni alla struttura ma, da quanto si apprende, nessuna vittima. Gli inquirenti, evitando facili enfasi, preferiscono concentrarsi sui riscontri oggettivi: tabulati, movimenti bancari, frequentazioni comuni. Ciò che appare ormai chiaro, agli occhi di chi segue da anni il fenomeno insurrezionalista, è che la frontiera del terrorismo anarchico non riconosca più i confini nazionali; e che ogni esplosione, anche involontaria come quella romana, rischi di generare nuove violenze in un’ideale staffetta senza ritorno.




