Baghdad, il giallo del rapimento di Shelly Kittleson: fermato un sospetto, resta la nebbia sulla sorte della giornalista
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Redazione Esteri
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Le strade trafficate del centro di Baghdad, teatro di una guerra che sembrava essersi attenuata negli ultimi mesi, sono tornate a essere scenario di un sequestro lampo. È accaduto nei pressi dell’Hotel Palestine, lungo via Al-Saadoun, quando due uomini armati hanno bloccato il veicolo su cui viaggiava Shelly Kittleson, una giornalista freelance statunitense con una lunga esperienza alle spalle nei teatri di guerra del Medio Oriente. Le autorità irachene, che hanno confermato il rapimento senza inizialmente divulgarne l’identità, hanno immediatamente attivato un’operazione di ricerca basata su “informazioni di intelligence precise”, riuscendo a intercettare uno dei mezzi utilizzati dai rapitori, finito ribaltato durante l’inseguimento nei pressi della città di Al-Haswa, nella provincia di Babil.
Sul luogo dell’intervento, le forze di sicurezza hanno arrestato un sospettato – secondo alcune fonti di sicurezza irachene citate da Alarabiya, l’uomo sarebbe l’autista della banda e portava con sé un badge di un’istituzione di sicurezza -9 – e sequestrato un’auto, ma della giornalista, ormai trasferita su un secondo veicolo, si sono perse le tracce. In un clima di grande confusione, a Baghdad si rincorrono da ore versioni contrastanti. Se da una parte alcune fonti, riprese da media arabi come Alarabiya, sostengono che Kittleson sia stata “portata fuori dalla capitale” verso il governatorato di Babil, altre non escludono che si trovi ancora all’interno del perimetro urbano.
A gettare ulteriore ombra sulla vicenda è l’analisi di Alex Plitsas, analista di sicurezza nazionale per la CNN, il quale ha dichiarato sui propri canali di essere il referente designato per la donna negli Stati Uniti, sostenendo con convinzione che Shelly potrebbe essere “tenuta in ostaggio a Baghdad da Kataib Hezbollah”, il gruppo paramilitare sciita iracheno legato all’Iran. Si tratterebbe dello stesso gruppo che, fino a settembre scorso, ha tenuto prigioniera Elizabeth Tsurkov, una ricercatrice con cittadinanza israeliana e russa, in un sequestro durato oltre due anni e risoltosi con la sua consegna alle autorità statunitensi.
La dinamica dell’agguato, avvenuto in pieno giorno su una via molto trafficata, e la rapidità con cui i rapitori hanno fatto perdere le proprie tracce, fanno supporre un’operazione studiata nei dettagli. La giornalista, che attualmente risiede a Roma e vanta collaborazioni con testate italiane come “Il Foglio” (dove proprio oggi è apparso un suo articolo dal Titolo “Il prezzo della neutralità curda”) e l’ANSA, oltre a importanti media internazionali come BBC, Politico, Foreign Policy e Al-Monitor, è considerata una professionista profondamente radicata nel territorio. Il suo lavoro si è sempre concentrato sulle dinamiche delle milizie locali e sugli equilibri geopolitici, documentando in passato le operazioni contro lo Stato Islamico e la crescente influenza delle fazioni filo-iraniane in Iraq e Siria.
Un sequestro nel mezzo dell’escalation tra Usa e Iran
Il rapimento di Kittleson si inserisce in una fase di altissima tensione regionale. Nelle stesse ore in cui la notizia del sequestro si diffondeva, gli Stati Uniti hanno condotto un pesante attacco aereo su un grande deposito di munizioni nella città iraniana di Isfahan, utilizzando bombe bunker da 2.000 libbre. Il presidente Donald Trump, tornato alla Casa Bianca e ora nuovamente alla guida del paese, ha pubblicato sul suo social Truth un video – senza alcuna didascalia – che ritrae la catena di esplosioni che ha illuminato il cielo notturno, un gesto interpretato come una chiara rivendicazione dell’operazione militare.
In questo contesto, il rischio di ritorsioni contro cittadini occidentali, e in particolare statunitensi, era già stato segnalato come una concreta possibilità da parte delle milizie filo-iraniane presenti sul territorio iracheno. Fonti della sicurezza irachena, citate da Reuters, hanno confermato l’uso di due veicoli nel rapimento: uno si è ribaltato durante l’inseguimento, mentre l’altro è riuscito a far perdere le tracce. L’arresto del primo sospettato rappresenta al momento l’unico sviluppo concreto in un’indagine che, come ammesso dalle stesse autorità, è ancora in corso per identificare gli altri membri del gruppo e, soprattutto, per localizzare il luogo di detenzione della giornalista.
Per il momento, l’ambasciata statunitense a Baghdad si è limitata a dichiarare di essere a conoscenza delle segnalazioni, senza aggiungere ulteriori dettagli per motivi di privacy e di sicurezza, mentre la porta voce del Dipartimento di Stato ha ribadito che non esiste priorità più alta della sicurezza dei cittadini americani. La comunità giornalistica internazionale segue con attenzione l’evolversi di un giallo che, nel cuore della capitale irachena, tiene in bilico il destino di una cronista che ha dedicato la sua carriera a raccontare le guerre di questo paese.




