Tragedia a Kalymnos, il cedimento delle soste e i limiti dei soccorsi: cosa è accaduto
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Redazione Esteri
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L’isola greca di Kalymnos, da anni considerata un autentico paradiso per l’arrampicata sportiva grazie alle sue falesie sul mare e al clima mite, è stata teatro di un nuovo e grave incidente che ha scosso la comunità di appassionati presenti sull’isola. Il 27 marzo scorso, un climber sessantenne originario della Repubblica Ceca ha perso la vita in circostanze che, secondo le prime ricostruzioni, escludono l’errore umano per concentrarsi piuttosto sulla tenuta delle attrezzature fisse. L’incidente è avvenuto nel settore “Jurassic Park”, nei pressi della cosiddetta “Parete Olimpica”, una zona molto frequentata dove lo scalatore aveva appena concluso la salita di una via. Dopo aver agganciato la catena di sosta, aveva iniziato la manovra di calata, rimuovendo i primi due rinvii posizionati sotto l’ancoraggio. È stato in quel momento, mentre si stava calando, che la sosta ha ceduto: entrambi i bulloni dell’ancoraggio principale si sono rotti. La caduta, violenta, lo ha scaraventato contro un terrazzo intermedio; la forza dell’impatto è stata tale da provocare anche il cedimento del terzo spit sottostante, un effetto domino che non ha lasciato scampo pur in presenza di una prima apparente tenuta.
L’intervento dei soccorsi tra difficoltà tecniche e polemiche
A complicare ulteriormente un quadro già tragico è stato l’intervento delle squadre di soccorso, le cui modalità hanno suscitato forti polemiche, in particolare sui canali social dedicati alla frequentazione dell’isola. Un testimone oculare, che ha raccontato la dinamica in un lungo post, ha descritto un sistema di emergenza inadeguato rispetto alla gravità della situazione. Dopo la chiamata al numero unico di emergenza 112, i soccorritori del Kalymnos Rescue Team, un’organizzazione composta da volontari non sempre dotati di attrezzatura specialistica, hanno impiegato oltre due ore e mezza per raggiungere il luogo dell’incidente, un tragitto che i climber solitamente coprono in circa venticinque minuti. Le difficoltà sono iniziate già dalla fase di comunicazione: secondo quanto riportato, gli operatori della centrale avrebbero avuto problemi con la lingua inglese, rendendo complessa la geolocalizzazione esatta del punto, sebbene i responsabili del soccorso abbiano poi smentito questa circostanza, ipotizzando un’iniziale sottovalutazione delle ferite, descritte all’inizio come una semplice frattura alla caviglia.
Il tentativo di evacuazione via elicottero si è rivelato altrettanto complesso. A causa delle condizioni meteo avverse, con pioggia e forti raffiche di vento sopraggiunte nel pomeriggio, e della conformazione impervia del terreno, i piloti non sono riusciti a effettuare un atterraggio sicuro per il recupero. A terra, intanto, i soccorritori, privi del materiale tecnico adeguato per le operazioni in parete, hanno dovuto fare affidamento sul materiale degli stessi climatori presenti sul posto per tentare di imbarellare e trasportare l’infortunato lungo il sentiero di accesso. Il tragitto, reso scivoloso dalla pioggia e compiuto ormai in condizioni di oscurità, ha ulteriormente rallentato la squadra, tanto che lo scalatore, le cui condizioni si sono aggravate nel frattempo a causa di probabili emorragie interne, ha perso conoscenza e non è sopravvissuto prima di riuscire a raggiungere l’ospedale.
La replica del Kalymnos Rescue Team e la verità sui bulloni
Di fronte alle accuse di disorganizzazione, il Kalymnos Rescue Team ha diffuso una lunga e dettagliata ricostruzione per difendere l’operato dei propri volontari. In una nota ufficiale, i soccorritori hanno sottolineato come la Grecia non disponga di un servizio di elisoccorso specializzato nel recupero in montagna paragonabile a quello di altri paesi europei, e come il team operi con risorse limitate e in condizioni estreme. I volontari hanno parlato di una “incomprensione iniziale” sulla gravità reale delle ferite, che inizialmente erano state comunicate come meno gravi, e hanno difeso la propria tempistica e la propria preparazione, pur ammettendo le oggettive difficoltà logistiche di un’operazione in un ambiente così impervio e in condizioni meteorologiche avverse. Hanno inoltre precisato che il gruppo intervenuto è composto da persone che, seppur motivate, non rappresentano un’unità altamente specializzata a tempo pieno, bensì cittadini che rispondono a una chiamata di emergenza.
Al di là delle polemiche sui soccorsi, la causa scatenante dell’incidente rimane il cedimento strutturale delle soste. Secondo le analisi condotte da “Rebolt Kalymnos”, l’associazione no-profit che da anni si occupa di monitorare e sostituire le attrezzature obsolete nelle falesie dell’isola, i bulloni installati sulla via percorsa dal sessantenne ceco risalivano al 2004 e non erano mai stati sostituiti. Si tratta di bulloni a espansione, tipologia che rispetto ai moderni glue-in (resine) è soggetta a un degrado più rapido a causa della salsedine e degli agenti atmosferici. L’associazione ha sottolineato con forza che l’incidente mortale rientra esattamente nella tipologia di rischio che si cerca di prevenire con le campagne di riattrezzaggio, invitando i visitatori a prestare la massima attenzione all’epoca di installazione dei fix.
Il paradigma della sicurezza a Kalymnos dopo l’incidente
La vicenda riaccende i riflettori sulla fragilità di un modello di turismo sportivo che vive su un equilibrio precario tra la bellezza selvaggia dei luoghi e la sicurezza delle infrastrutture. Per anni Kalymnos ha basato la sua fortuna sulla possibilità di scalare su centinaia di vie perfettamente attrezzate, ma l’incidente di fine marzo dimostra come il passare del tempo rappresenti un nemico silenzioso. L’usura dei materiali, soprattutto in un contesto insulare esposto alla corrosione, richiede una manutenzione costante che spesso le amministrazioni locali, o le stesse associazioni di volontari, faticano a sostenere nei tempi e nei modi necessari. Il fatto che il cedimento abbia coinvolto non solo la sosta ma anche lo spit immediatamente sottostante, a causa della forza della caduta, ha evidenziato l’effetto domino che può scaturire da un singolo punto di debolezza in una struttura di protezione.
L’analisi dei fatti porta quindi a distinguere nettamente la dinamica tecnica dell’incidente, riconducibile a un cedimento meccanico degli ancoraggi, dalla gestione dell’emergenza. Mentre sul fronte della manutenzione delle falesie l’associazione Rebolt Kalymnos prosegue nel suo lavoro di sostituzione dei fix vetusti, fornendo una mappatura aggiornata dei settori a rischio, il fronte dei soccorsi rimane una variabile critica. Il Kalymnos Rescue Team, con la sua struttura volontaria e le sue limitazioni, opera in un contesto nazionale in cui il sistema di protezione civile non prevede specificamente un supporto aereo dedicato al recupero in parete. Per chi frequenta l’isola, la consapevolezza di questi limiti diventa quindi parte integrante della valutazione del rischio, in attesa che le indagini ufficiali, promesse dalle autorità greche, facciano piena luce sulle comunicazioni andate a vuoto nelle fasi iniziali della chiamata di emergenza.




