Il saluto di Bologna a Fabio Roversi Monaco, il rettore che cambiò la città per quindici anni
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Redazione Interno
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Oggi Bologna si stringe attorno a un uomo che, per più di un quindicennio, ha retto le sorti dell’Alma Mater e, con essa, gran parte dell’identità urbana: Fabio Roversi Monaco, scomparso venerdì 27 marzo a ottantasette anni, viene salutato da una doppia cerimonia, laica e religiosa. La camera ardente, allestita nell’aula magna di Santa Lucia, aprirà le porte alle undici; alle quattordici e trenta, il funerale in cattedrale di San Pietro chiuderà un capitolo lungo una vita intera. Quella di Roversi Monaco, però – è bene dirlo subito – non è stata una semplice carriera accademica. È stato un «multiforme ingegno», come molti lo definiscono, dal carattere spigoloso, capace di lasciare un’impronta fortissima non solo sulla cultura ma persino sul disegno urbanistico della città. Una visione, la sua, che pochi hanno saputo eguagliare.
«Senza Medicina l’università non si governa»: il fiuto di Roversi Monaco secondo Poggioli
L’ultimo incontro con lui risale allo scorso ottobre, in occasione della festa per il pensionamento organizzata da Gilberto Poggioli insieme ad altri primari del Sant’Orsola – Brunocilla, Borghi, Lima e D’Errico. Erano stati invitati tutti i rettori: l’attuale Giovanni Molari, Francesco Ubertini, Ivano Dionigi e, naturalmente, Roversi Monaco. «Lui – racconta Poggioli – capì subito che senza Medicina l’università non si governa». Una frase, questa, che pesa come un macigno nel dibattito sulla governance accademica degli ultimi decenni. Perché Roversi Monaco non guardava all’ateneo come a una torre d’avorio, ma come a una macchina complessa, dove il potere reale passa anche attraverso i reparti, i chirurghi, le corsie. E quel fiuto politico, unito a una determinazione talvolta scomoda, gli consentì di tessere alleanze e imporre scelte che altri, più timidi, non avrebbero mai osato.
Luigi Bolondi: «Pensava in grande, certi omuncoli invidiosi non glielo perdonavano»
Luigi Bolondi, già professore dell’Alma Mater e presidente della scuola di Medicina e Chirurgia, lo ha conosciuto da giovane ricercatore. «Roversi Monaco era già rettore – ricorda – e il mio rapporto con lui era di assoluta deferenza, sudditanza e grande ammirazione». Parole pesanti, quelle di Bolondi, che sottolineano una gerarchia mai rinnegata. «Avevamo capito – prosegue – che aveva la capacità di guardare lontano e pensare in grande. Il Nono centenario dell’Ateneo ne è stata la massima espressione». Un evento imponente, voluto e costruito nei minimi dettagli da chi sapeva mescolare diplomazia e autorevolezza. Ma proprio quel carattere spigoloso, quel «pensare in grande», gli attirò addosso anche molte invidie. «Certi omuncoli – dice Bolondi senza mezzi termini – non glielo perdonavano». Eppure, a distanza di anni, il giudizio di chi lo ha frequentato da vicino resta netto: senza di lui, Bologna sarebbe diversa.
L’ultimo saluto tra aula magna e cattedrale, una doppia cerimonia per un uomo solo
L’addio ufficiale prevede due momenti distinti, quasi a rappresentare la duplice anima di Roversi Monaco: quella laica e accademica, e quella religiosa. Alle dodici, nell’Aula Magna di Santa Lucia, il rettore Giovanni Molari terrà la commemorazione accademica, quindi cederà la parola a Giuseppe Morbidelli, docente di diritto amministrativo e amico di lunga data. Nessun discorso ufficiale, invece, durante il funerale in cattedrale: un silenzio che parla da solo. Le esequie religiose, infatti, si concentreranno sul rito, senza interventi celebrativi. Una scelta che lascia intendere quanto la figura di Roversi Monaco sfugga a qualunque tentativo di incasellamento. Uomo di potere, certo, ma anche di profonda cultura umanistica. Rettore per quindici anni, ma anche consigliere, mediatore, talvolta provocatore. La città che oggi lo saluta – lo si vede dalle prime file di chi è accorso in Santa Lucia – non è soltanto quella universitaria, ma anche quella dei commercianti, degli amministratori, dei semplici cittadini che hanno incrociato il suo sguardo severo e, chissà, forse ne sono rimasti intimoriti o affascinati. Non importa. L’importante, per chi scrive, è registrare i fatti: un feretro, due cerimonie, migliaia di persone. E un vuoto che, a Bologna, non sarà facile colmare.




