L’ultimo saluto dell’Alma Mater a Fabio Roversi Monaco, il rettore che restituì splendore a Santa Lucia

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Bastava la toga, adagiata con cura sul feretro insieme al tocco accademico e alla fascia azzurra di Giurisprudenza, a raccontare senza bisogno di parole quale fosse il luogo a cui si stava rendendo omaggio. Quella toga – indossata per decenni tra le aule e i corridoi dell’università di Bologna – è diventata il simbolo silenzioso di un legame mai reciso, esattamente nel posto che Fabio Roversi Monaco aveva scelto come uno dei suoi lasciti più tangibili. L’Aula Magna di Santa Lucia, che proprio lui volle restituire al suo antico splendore nel lontano 1988, si è gremita per accogliere l’ultimo saluto al rettore emerito, scomparso nella notte tra giovedì e venerdì scorso all’età di 87 anni. La doppia cerimonia, laica prima e religiosa poi, ha trasformato quello spazio monumentale in un teatro della memoria, dove il rito accademico si è intrecciato con il cordoglio più intimo e personale di chi quel rettore lo ha conosciuto davvero, al di là delle cattedre e delle poltrone istituzionali.

Una camera ardente tra pubblico e privato

Il feretro, ornato con gli elementi distintivi del mondo universitario – la toga, il tocco e quel blu di Giurisprudenza che fu la sua facoltà di elezione – è stato al centro di una commemorazione che ha visto alternarsi al microfono voci autorevoli del panorama istituzionale e accademico. Tra i banchi dell’Aula Magna, a rendere omaggio, si contavano il governatore de Pascale, la vicesindaca Clancy, la ministra Bernini e il viceministro Bignami, mentre in prima fila, raccolti nel dolore più autentico, sedevano le figlie e la compagna Nicoletta. A spezzare il rigore formale della cerimonia ci ha pensato Giuseppe Caia, professore che dell’ex rettore fu assistente: con la voce rotta dall’emozione, Caia ha ricordato non solo la levatura scientifica del docente di diritto amministrativo, ma anche “la fortuna e il privilegio” di averlo avuto vicino, definendolo “un professore generoso”, verso il quale non bastava essere riconoscenti ma addirittura grati per “tutti i doni” che volle dare a chi lo circondava.

Prodi e il ricordo di un’amicizia personale

Tra gli interventi più attesi, per la natura quasi familiare del legame, c’è stato quello dell’ex premier Romano Prodi, che ha voluto sottolineare come la sua vicinanza a Roversi Monaco affondi le radici in un’epoca lontana, precedente persino alle rispettive carriere pubbliche. “Eravamo appena appena laureati”, ha detto Prodi, raccontando di aver condiviso con lui i primi anni all’università quando entrambi frequentavano Giurisprudenza, prima di dividersi per Facoltà ma non certo come amici personalmente. Il suo ricordo, ha tenuto a precisare, è volutamente più intimo che professionale, quasi a voler restituire l’immagine di un uomo visto prima ancora che del rettore o del professore, un amico con cui aveva condiviso gli esordi accademici e a cui è rimasto legato nel tempo. È un’immagine che contrasta, solo in apparenza, con quella del rettore innovatore celebrata poco dopo da altri interventi, e che invece restituisce la complessità di una figura capace di coniugare il rigore istituzionale con la profondità dei legami umani.

Il lascito di un’università forte e il rito delle esequie accademiche

Il dolore per la perdita, insomma, si è misurato con la consapevolezza di ciò che Roversi Monaco ha rappresentato per l’Alma Mater: non un semplice amministratore, ma colui che “perseguì l’idea di un’università forte”, come ha ricordato il sindaco Matteo Lepore – presente con la vicesindaca – facendo eco al sentimento di tanti. L’aula era gremita non solo per dovere istituzionale, ma per partecipare a un rito, quello delle esequie accademiche, che pochi come lui avevano saputo interpretare con tanta autorevolezza. Il fatto che la cerimonia si svolgesse proprio in Santa Lucia, un luogo da lui restituito alla città e all’ateneo dopo un complesso restauro, aggiungeva un ulteriore strato di significato a un addio che è stato, nel contempo, pubblico e profondamente personale. Sulla bara, il tocco e la toga rimanevano lì, quasi a custodire il del professore emerito, mentre fuori dalle mura dell’Aula Magna il corteo si preparava a snodarsi per la successiva cerimonia religiosa, chiudendo idealmente il cerchio di una vita interamente spesa per l’istituzione che oggi lo ha salutato.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.