Addio a Fabio Roversi Monaco, l’ultimo saluto dell’Alma Mater tra Santa Lucia e la cattedrale

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Bologna si è stretta attorno alla memoria di Fabio Roversi Monaco, il giurista e storico rettore che per quindici anni, dal 1985 al 2000, ha guidato l’Università di Bologna con una visione capace di ridisegnare il volto stesso della città. La giornata dell’ultimo saluto, articolata in una doppia cerimonia prima laica e poi religiosa, ha preso il via nell’Aula Magna di Santa Lucia, luogo simbolo di quella rivoluzione urbana che Roversi Monaco stesso aveva fortemente voluto. Lì, dove il recupero di antichi spazi aveva restituito nuova vita all’ateneo più antico d’Occidente, il feretro è stato accolto da una folla composta non solo da autorità ma anche da tanti cittadini, studenti e colleghi che hanno voluto rendergli omaggio. Il feretro, su cui spiccavano la toga, il tocco accademico e il blu della facoltà di Giurisprudenza di cui era stato titolare della cattedra di diritto amministrativo, rappresentava il perfetto connubio tra il professore generoso e il maestro capace di formare generazioni di studiosi.

L’abbraccio dell’ateneo e il ricordo intimo di Prodi

Nell’aula gremita di Santa Lucia, il primo a prendere la parola è stato il professore Giuseppe Caia, il quale, con un trasporto che lasciava trasparire il legame profondo con il suo mentore, ha ricordato “la fortuna e il privilegio” di essere stato assistente di Roversi Monaco, definendolo un professore generoso verso il quale bisogna essere non solo riconoscenti ma grati. Tra le autorità sedute in prima fila, a testimonianza del peso istituzionale e culturale della figura scomparsa, spiccavano la ministra Anna Maria Bernini, il viceministro Galeazzo Bignami, il governatore Michele de Pascale, la vicesindaca Emily Clancy, e accanto a loro, a sostenere il dolore delle figlie Maria Giulia, Francesca, Maddalena e Camilla e della compagna Nicoletta, c’era l’ex premier Romano Prodi. È stato proprio Prodi a offrire uno dei ricordi più intimi, distaccandosi volutamente dal profilo professionale per restituire l’immagine di un’amicizia nata sui banchi della facoltà di Giurisprudenza, quando i loro studi, come ha raccontato, affacciavano sullo stesso pianerottolo in via Zamboni, un rapporto quotidiano che poi si è trasformato in una stima durata una vita.

La cerimonia religiosa e la presenza delle istituzioni

Terminata la commemorazione laica e il tempo riservato all’omaggio al feretro, il corteo si è poi spostato verso la cattedrale di San Pietro, dove via Indipendenza si è trasformata in un vero e proprio tappeto di persone accorse per il rito funebre. Anche in questo caso, la partecipazione del mondo politico e istituzionale è stata massiccia: nelle prime file, a fianco della famiglia, hanno preso posto il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il senatore Pier Ferdinando Casini, il prefetto Enrico Ricci e il questore Gaetano Bonaccorso, a testimoniare come la figura di Roversi Monaco avesse saputo unire mondi diversi nel segno del servizio alle istituzioni. A presiedere la celebrazione, nella cattedrale gremita, è stato l’arcivescovo di Bologna, cardinale Matteo Zuppi, che ha lasciato la parola a monsignor Stefano Ottani per l’omelia.

L’eredità di una “impronta” indelebile

Monsignor Ottani, nel suo intervento, ha voluto sottolineare l’impronta lasciata da Roversi Monaco, non solo nel campo accademico ma anche nel dialogo con la chiesa e con la città. “Ha lasciato la sua impronta” ha detto il presule, ricordando come il professore avesse coltivato rapporti istituzionali profondi, in particolare con Giovanni Paolo II, e come avesse sempre diffuso un’idea ampia di cultura, nella quale anche la teologia trovava spazio all’interno dell’università. La sua eredità, come hanno ricordato in molti durante la giornata, è visibile ancora oggi nei palazzi storici restituiti alla vita cittadina – dall’ex carcere di San Giovanni in Monte al complesso di Santa Cristina, fino ai poli di Ravenna, Rimini, Forlì e Cesena – e nelle iniziative internazionali come la Magna Charta Universitatum e la Dichiarazione di Bologna, che lo hanno consacrato come uno dei principali artefici del sistema universitario europeo moderno.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.