L’addio a Roversi-Monaco

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Una volta affermò che No, il Magnificat non faceva per lui. Ma lui, il più magnifico e immaginifico dei magnifici rettori, diceva di sapere che il “tempo inesorabilmente passa” e “ciò va accettato per quanto possibile con ironia”, perché con esso passa “anche il potere”, ma resta la testimonianza, la traccia di tante storie nella Storia, restano “gli anni di lavoro continuo, massacrante, lavoro fatto con grande decisione e serenità”. Così se n’è andato, venerdì scorso, all’età di 87 anni, Fabio Alberto Roversi Monaco, il giurista, il professore emerito di diritto amministrativo, colui che per quindici anni – dal 1985 al 2000 – ha retto l’Alma Mater di Bologna, portandola, con una determinazione che lasciava poco spazio a incertezze, dentro il mondo che contava.

Il rettore che cambiò l’ateneo e la città

Nato ad Addis Abeba il 18 dicembre 1938, si era laureato in giurisprudenza nel 1962 nella stessa università che poi lo avrebbe visto protagonista indiscusso; la libera docenza arrivò nel 1967 e, da lì, una carriera accademica che lo portò a insegnare diritto costituzionale e poi, dal 1975, diritto amministrativo. A lui si deve, in particolare, la strutturazione del Multicampus, un unicum in Italia che ha garantito l’armonico ampliamento dell’Ateneo e il suo radicamento nel territorio. Fu sotto la sua guida, infatti, che l’università cominciò a espandersi oltre le mura storiche, con le sedi decentrate in Romagna e con un’idea di “campus diffuso” che, per i tempi, rappresentava una scommessa di grande modernità. La sua fu una visione che anticipò i tempi, come dimostrano le due eredità più durature: la Magna Charta Universitatum, firmata nel 1988 da oltre quattrocento rettori europei, e il Processo di Bologna del 1999, quel percorso che portò ventinove ministri dell’Istruzione a sottoscrivere la “Bologna Declaration”, gettando le basi per lo spazio europeo dell’istruzione superiore e per la libera circolazione di studenti e laureati.

Il potere e la leggerezza di un uomo solo al comando

Roversi Monaco, però, non è stato solo questo. Se potesse parlare, mi chiedo cosa direbbe quel biliardino sotto il portico della casa in campagna, quel biliardino delle infinite partite, eterno amore di famiglia e immense amicizie, brutale metafora di successi, gol, ma anche delle battute d’arresto. Lui, che è stato presidente della Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna dal 2000 al 2013 e poi presidente di Banca Imi, che ha guidato Genus Bononiae e che da amministratore delegato della Treccani si è fatto carico di un’impresa culturale complessa, aveva un rapporto con il potere che sfiorava il principesco. Non a caso, negli anni Ottanta, quando i comunisti tentarono di metterlo in difficoltà con inchieste che lambivano il sospetto di potere massonico, lui rispose con la consapevolezza di chi sa di muoversi su un terreno accidentato ma padrone. Un’inchiesta della Digos, ai tempi, lo aveva segnalato per la sua appartenenza alla loggia “Zamboni-De Rolandis” del Grande Oriente d’Italia, una vicenda che tornò ciclicamente a galla ma che mai ne scalfì la sostanza istituzionale.

Un addio tra l’aula magna e la cattedrale

Bologna, ora, si prepara a salutarlo per l’ultima volta. Le esequie accademiche si terranno lunedì 30 marzo alle 12 nell’aula magna di Santa Lucia, quella chiesa sconsacrata che lui volle restituire alla città e all’università – contro il parere di molti che, all’epoca, lo davano per spacciato – e che fu inaugurata da Giovanni Paolo II. Dalle 12.30 alle 14, sarà possibile rendere omaggio al feretro, prima che il rito funebre si sposti nella vicina cattedrale di San Pietro, dove alle 14.30 l’arcivescovo Matteo Maria Zuppi, presidente della Cei, presiederà la messa. Le figlie – Maria Giulia, Francesca, Nena e Camilla – lo hanno salutato con un sussurro di speranza che recita: “Più buia la notte, più brillanti le stelle, più profondo il dolore, più vicino Dio”. Loro, che hanno chiesto di non inviare fiori ma di destinare eventuali offerte all’Hospice Seragnoli di Bentivoglio, conoscevano bene il carattere di quell’uomo che diceva di non amare il Magnificat ma che, in fondo, ne era stato il più perfetto interprete laico. Ai nipoti, invece, ha lasciato l’amore per il tressette, per le querce del bosco e per la conoscenza.

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