L’addio a Roversi-Monaco, il rettore che reinventò l’ateneo tra potere e ironia

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Se potesse parlare, chissà cosa direbbe quel biliardino sotto il portico della casa in campagna. Non quello, probabilmente, delle infinite partite, eterne testimonianze di amicizie e famiglia, brutale metafora di gol e successi ma anche, inevitabilmente, di battute d’arresto. Fabio Roversi Monaco, lui che quel gioco amava, aveva affermato una volta che il Magnificat non faceva per lui. Eppure, per Bologna e per la sua università, lui è stato il più magnifico e immaginifico dei rettori, capace di attraversare quindici anni – dal 1985 al 2000 – alla guida dell’ateneo più antico del mondo occidentale, lasciando una traccia così profonda da confondersi con la stessa storia della città.

La notizia della sua scomparsa, avvenuta venerdì all’età di 87 anni, ha trovato la città in attesa di quell’ultimo, formale saluto che arriverà lunedì 30 marzo. Le esequie dell’illustre giurista, professore emerito di Diritto amministrativo, si terranno a mezzogiorno nell’aula magna di Santa Lucia, con le porte che verranno aperte già dalle undici per accogliere chiunque volesse rendere omaggio a colui che non è stato soltanto un accademico di razza, ma anche un artefice di trasformazioni urbane e istituzionali. Era nato lontano da qui, ad Addis Abeba, il 18 dicembre 1938; si era laureato in giurisprudenza nel ’62, conquistando la libera docenza cinque anni dopo, per poi diventare ordinario prima di diritto costituzionale (fino al 1975) e successivamente di diritto amministrativo, cattedra che ha tenuto fino al 2012.

Il senso del tempo e il peso del potere

A tratteggiare il suo carattere, più ancora delle lapidi marmoree sparse tra Bologna, l’Emilia-Romagna e il resto d’Italia, o dei palazzi restituiti alla collettività, restano le sue stesse parole. Lui, che frequentava le sacre aule dei riti universitari come gli uffici dei potenti, diceva di sapere che il “tempo inesorabilmente passa”. E aggiungeva, con quella consapevolezza lucida che lo contraddistingueva, che questo passare “va accettato per quanto possibile con ironia”, perché con esso passa “anche il potere”. Non una rinuncia, quella, ma una forma di intelligenza: sapere che ciò che permane non è la carica, ma la testimonianza, la traccia di tante storie nella Storia, gli anni di lavoro “continuo, massacrante” – così lo definiva lui – condotto però con “grande decisione e serenità”.

Un legame con Bologna che va oltre l’ateneo

Il suo mandato da rettore coincise con una fase di profonda espansione e rinnovamento per l’Università di Bologna, un periodo in cui l’istituzione accademica smise di essere considerata una realtà elitaria per diventare un motore di sviluppo per il territorio. Ma la sua influenza non si limitò ai confini delle aule: Roversi Monaco fu tra i protagonisti di quella generazione di intellettuali che hanno saputo intrecciare il sapere giuridico con la gestione concreta dei luoghi del potere, muovendosi con disinvoltura tra le segrete stanze delle istituzioni e la piazza. Lo dimostra anche il riconoscimento giunto dall’università Gabriele d’Annunzio di Chieti-Pescara, che gli conferì la laurea *honoris causa* a coronamento di una carriera sempre attenta al diritto amministrativo come strumento di governo del territorio.

L’assenza del marmo e la presenza della memoria

In fondo, a guardare i luoghi che ha contribuito a ridisegnare – chiese sconsacrate restituite alla città, spazi universitari reinventati – si capisce che il suo lascito non va cercato nelle lapidi. È piuttosto in quel modo di abitare il presente, con la consapevolezza che il tempo passa ma lascia le ossa del lavoro fatto. E forse, sì, anche in quel biliardino, dove le regole del gioco si mescolavano a quelle della vita: un’ultima, ironica metafora di un uomo che, pur avendo detto che il *Magnificat* non era per lui, ha finito per incarnare la magnificenza di un modo di fare università e città che oggi, a Bologna, difficilmente si potrà dimenticare.

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