La fretta del ministero e la “second life” in Uruguay: i nuovi accertamenti sulla grazia a Nicole Minetti

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il caso della grazia concessa a Nicole Minetti, l’ex collaboratrice di Silvio Berlusconi, è tornato a muoversi su binari esclusivamente giudiziari, dopo che un’iniziale doccia fredda mediatica ne aveva messo in discussione i presupposti. A distanza di mesi, infatti, emergono sviluppi concreti legati alle verifiche disposte dal ministero della Giustizia – lo stesso che, a fine novembre, aveva sollecitato la Procura generale di Milano affinché si facesse celermente luce su alcuni aspetti oscuri della vicenda. Quella che sembrava una semplice formalità burocratica, finalizzata a regolarizzare la posizione della donna dopo la condanna per il caso Ruby, si è trasformata in un’indagine a tutto campo che oggi si spinge oltre confine, toccando le coste dell’Uruguay e le serene colline della Toscana.

La svolta, come spesso accade in questi frangenti, è legata a un elemento documentale. Il “terreno” sul quale si muovono i magistrati milanesi – coordinati dalla Procura generale che inizialmente aveva espresso parere favorevole – è ora quello della verifica della sentenza di adozione del bambino. Il piccolo, arrivato nella vita di Minetti e del compagno Giuseppe Cipriani, rappresenta il cardine morale della richiesta di clemenza; è stato proprio a causa delle sue presunte gravi condizioni di salute che si è aperta la strada alla grazia. Eppure, alcune incongruenze hanno spinto il Quirinale stesso – che abitualmente concede la grazia quando i pareri giudiziari sono positivi – a richiedere approfondimenti. Fonti qualificate hanno spiegato che le ricostruzioni giornalistiche successive hanno prospettato “condizioni di fatto molto diverse” da quelle presentate nella domanda, gettando un’ombra che ora gli inquirenti cercano di dissipare.

I silenzi degli ospedali e la verità sullo “stato di abbandono”

Uno dei nodi più spinosi – su cui i legali della richiedente hanno dovuto fornire chiarimenti – riguarda le visite mediche che il bambino avrebbe effettuato in Italia. Mentre è acclarato che il piccolo sia stato operato a Boston e necessiti di cure costanti, la risposta secca arrivata da due eccellenze ospedaliere italiane, il San Raffaele e una struttura di Padova, ha creato imbarazzo: nei loro database non risulta alcuna traccia del minore. La difesa ha replicato sostenendo che non si sarebbe trattato di percorsi “ufficiali”, ma di contatti diretti con professionisti di fiducia per un parere informale. Parallelamente, la Procura generale di Milano sta setacciando la documentazione uruguaiana; in particolare, sta acquisendo la sentenza di adozione emessa dal tribunale di Maldonado per verificare la reale situazione di “stato di abbandono” del bambino. Dalla documentazione emerge, infatti, che la coppia ha dovuto avviare una causa civile – culminata con un editto pubblico sulla Gazzetta Ufficiale – che ha portato alla decadenza della responsabilità genitoriale dei genitori biologici, un passaggio che appare alquanto diverso dalla semplice narrazione dell’abbandono dalla nascita.

Le verifiche incrociate tra Spagna e Uruguay

Il lavoro degli inquirenti, come si apprende da fonti vicine al fascicolo, non si ferma alle frontiere italiane. Accanto all’esame della sentenza sudamericana, si sta procedendo a nuovi e approfonditi controlli sulla fedina penale internazionale della Minetti. Si scava in particolare in due direzioni: la Spagna e l’Uruguay. Al momento, dai primi accertamenti effettuati nei mesi scorsi dai sostituti procuratori generali Francesca Nanni e Gaetano Brusa – che avevano dato parere positivo alla grazia – non risultavano indagini pendenti o condanne a carico dell’ex igienista dentale. Tuttavia, la recente tornata di verifiche mira a non lasciare nulla di intentato, per accertare se esistano procedimenti penali attivi all’estero dei quali l’Italia non fosse a conoscenza al momento della concessione della clemenza.

La “cameretta pronta” e il paradosso dell’adozione contesa

Sullo sfondo dell’inchiesta giudiziaria, rimane la dolorosa vicenda umana che ha originato lo scandalo internazionale, ben fotografata dalla testimonianza di Leydi e Julio. Questa coppia, residente a Pan de Azúcar, una tranquilla cittadina dell’entroterra uruguaiano lontana dai riflettori di Punta del Este (dove invece sorge il ranch “Gin-Tonic” della coppia Cipriani-Minetti), racconta di aver visto sfumare il sogno di adottare un bambino. Avevano già preparato la cameretta, quando il piccolo è stato affidato alla coppia italiana. Una vicenda, quest’ultima, che se da un lato non rientra direttamente nelle valutazioni di legittimità della grazia (che dipende esclusivamente dallo stato di salute del minore, dalla pericolosità sociale del reo e dalla documentazione prodotta), dall’altro fornisce il contesto drammatico nel quale si inseriscono le verifiche sulla genuinità della documentazione presentata ai giudici veneziani, che avevano omologato l’adozione dichiarando il minore in stato di abbandono.

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