Il Quirinale chiede conto a Nordio sulla grazia a Nicole Minetti, il ministero promette accertamenti in 24 ore

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La vicenda della grazia concessa a Nicole Minetti – l’ex consigliera regionale della Lombardia, nonché igienista dentale di Silvio Berlusconi, condannata in via definitiva a tre anni e undici mesi per favoreggiamento della prostituzione e peculato – ha improvvisamente cambiato registro, assumendo i contorni di un caso politico-giudiziario senza precedenti. A rompere gli equilibri, già fragili, di una decisione presidenziale che sembrava ormai consolidata, è stata un’inchiesta pubblicata da un organo di stampa: secondo quanto ricostruito dal Fatto quotidiano, alla base della domanda di clemenza presentata dalla Minetti ci sarebbero elementi falsi, in particolare legati a una procedura di adozione internazionale portata avanti in Uruguay. Un particolare, quest’ultimo, che avrebbe avuto un peso determinante nell’orientare il capo dello Stato verso il provvedimento di grazia, firmato lo scorso 18 febbraio 2026 su proposta favorevole del ministro della Giustizia, Carlo Nordio.

Una lettera dal Colle che non ammette ritardi

La reazione del Quirinale non si è fatta attendere. Con una nota ufficiale, dapprima comunicata dall’ufficio stampa e poi formalizzata in una lettera indirizzata al ministero di via Arenula, la Presidenza della Repubblica ha chiesto “con cortese urgenza” l’acquisizione di tutte le informazioni necessarie a verificare la fondatezza delle accuse di stampa. Nella missiva – il cui testo è stato integralmente riportato – si legge che il presidente, “su indicazione del Signor Presidente”, ha disposto un controllo immediato sui fatti relativi alla “supposta falsità degli elementi rappresentati nella domanda di clemenza”. Non c’è, in queste righe, alcuna presa di distanza dalla decisione già assunta: piuttosto, emerge la volontà di tutelare la correttezza del procedimento amministrativo, evitando che il beneficio della grazia possa essere stato concesso su basi non veritiere. Di qui la pressione esercitata sul guardasigilli, chiamato a chiarire entro tempi strettissimi cosa fosse realmente noto al ministero al momento della formulazione del parere favorevole.

La risposta del ministero: accertamenti in meno di un giorno

Dal dicastero guidato da Nordio è arrivata, a stretto giro, una replica altrettanto secca: i primi esiti delle verifiche interne saranno trasmessi al Colle entro ventiquattro ore. Un termine, questo, che suggerisce l’urgenza con cui la vicenda viene seguita ai massimi livelli istituzionali. La richiesta del Quirinale, del resto, non verte su aspetti meramente formali: si chiede di accertare se nella domanda di grazia presentata dalla Minetti – e poi sostenuta dal ministero – fossero contenute dichiarazioni false o artefatte, in particolare quelle relative all’adozione del bambino in Uruguay. Un capitolo, quello della vicenda personale della ex consigliera, che era stato pubblicamente valorizzato come elemento di riabilitazione e di radicamento in una nuova vita familiare; oggi, quella stessa narrazione rischia di trasformarsi nel punto debole dell’intera architettura della clemenza presidenziale.

I contorni giudiziari di un caso mai sopito

Non va dimenticato, per capire la posta in gioco, che la condanna della Minetti – divenuta definitiva dopo un iter processuale complesso – riguardava fatti legati alla gestione delle serate nella residenza di Arcore, con accuse di favoreggiamento della prostituzione aggravate da una condotta reiterata nel tempo. Il peculato, invece, derivava dall’utilizzo improprio di fondi pubblici durante la sua esperienza in Regione Lombardia. Ora, la grazia presidenziale aveva di fatto cancellato quei reati, restituendo alla destinataria piena libertà personale e riabilitandola agli occhi della legge. Ma se emergesse che il provvedimento è stato ottenuto mentendo al presidente della Repubblica – un’ipotesi che l’inchiesta giornalistica ha sollevato senza mezzi termini – le conseguenze sarebbero pesantissime: non solo per la stessa Minetti, che potrebbe vedere revocato il beneficio, ma anche per il ministro Nordio, la cui proposta favorevole finirebbe sotto la lente di un controllo incrociato tra Quirinale e magistratura. Al momento, il ministero ha preferito non rilasciare dichiarazioni ufficiali oltre alla comunicazione sui tempi delle verifiche, mentre il Colle osserva e attende. Di certo, il “pasticcio” – come è stato definito da più parti – getta un’ombra lunga sulla macchina della giustizia politica, sollevando interrogativi sui meccanismi di valutazione delle domande di clemenza e sulla loro trasparenza.

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