La procura generale di Milano chiude (per ora) il caso Minetti: nessun riscontro ai “festini” in Uruguay

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La Procura generale di Milano, interpellata dal Quirinale dopo gli articoli de Il Fatto Quotidiano che avevano sollevato più di un dubbio sui presupposti della grazia concessa a Nicole Minetti, ha di fatto archiviato – almeno in questa fase istruttoria – ogni ipotesi di revisione del provvedimento. L’ex igienista dentale, finita al centro di un vivacissimo dibattito politico-giudiziario per via di un’inchiesta giornalistica che parlava di presunti festini a sfondo sessuale in Uruguay, può tirare un sospiro di sollievo, sebbene il quadro investigativo resti formalmente aperto. Perché, va detto, la stessa procura ha specificato che “al momento” il parere positivo sulla grazia è confermato, lasciando intendere – senza mai dirlo esplicitamente – che le verifiche non hanno prodotto elementi concreti per tornare sui propri passi.

Il parere che (per ora) regge: nessuna prova dai raid dell’Interpol

La vicenda, come spesso accade quando si incrociano giustizia, politica e cronaca rosa, aveva preso una piega esplosiva nelle scorse settimane. Secondo alcune ricostruzioni stampa, la Minetti – già condannata in via definitiva a 3 anni e 11 mesi per induzione alla prostituzione (nel processo Ruby bis) e per peculato (nello scandalo Rimborsopoli, quando era consigliera regionale lombarda di Forza Italia) – avrebbe partecipato a festini in una residenza di Punta del Este, il ranch “Gin Tonic”, gettando così un’ombra sulla richiesta di grazia per ragioni umanitarie. La grazia, firmata dal presidente della Repubblica il 18 febbraio 2026, aveva cancellato la pena residua che la Minetti avrebbe dovuto scontare, proprio mentre il Tribunale di sorveglianza di Milano stava valutando un’alternativa alla detenzione (l’affidamento ai servizi sociali). Il Quirinale, preso atto degli articoli del Fatto, aveva dunque chiesto accertamenti alla Procura generale. E qui arriva il nodo: la procuratrice generale Francesca Nanni e il suo ufficio hanno attivato verifiche tramite Interpol, senza però trovare alcun riscontro ai racconti della massaggiatrice – la stessa che, in un’intervista tv in Uruguay, aveva alimentato le polemiche parlando di serate con escort e comportamenti incompatibili con lo spirito della clemenza presidenziale.

“Sentire la massaggiatrice? Non serve”: la secca replica della Pg

La posizione dell’ufficio di piazza Fontana è, a dir poco, netta. Una fonte vicina alla stessa Nanni ha fatto sapere che “sulla grazia non cambiamo idea, è tutto in regola”, mentre una nota ufficiale ha chiarito un passaggio procedurale delicato: non è nemmeno necessario convocare e ascoltare la massaggiatrice uruguaiana, perché le verifiche disposte – attraverso i canali di polizia internazionale – non hanno dato alcun riscontro concreto alle sue dichiarazioni. Nessun festino, nessuna prova di un comportamento incompatibile con le “ragioni umanitarie” che avevano sorretto la grazia. Si tratta, va sottolineato, di una valutazione ancora provvisoria: la procura ha usato più volte l’avverbio “al momento”, lasciando capire che l’istruttoria potrebbe tecnicamente proseguire. Ma la sostanza, oggi, è che l’unico elemento su cui si fondava la controinchiesta – le parole di una massaggiatrice raccolte da un quotidiano – è crollato come un castello di carte sotto il peso dei controlli incrociati.

L’adozione, la madre naturale scomparsa e le altre ombre sollevate

Non solo i festini. Il caso Minetti, esploso anche sulle pagine dei giornali uruguaiani, aveva toccato un altro tema sensibilissimo: le verifiche sull’adozione di un minore e la presunta scomparsa della madre naturale. Anche su questo fronte, però, la Procura generale di Milano non ha trovato riscontri tali da giustificare un ripensamento. Le polemiche, alimentate da un’intervista televisiva rilasciata dalla stessa Minetti oltreoceano – e che aveva fatto gridare allo scandalo più di un commentatore – si sono dunque arenate di fronte al silenzio degli atti. Né l’Interpol né le autorità locali hanno infatti trasmesso elementi nuovi che potrebbero far dubitare della buona fede della richiedente o della correttezza del procedimento di grazia. Così, quella che sembrava una tempesta pronta a travolgere l’ex consigliera regionale si è rivelata, per usare una metafora cara ai cronisti, una bolla di sapone.

Il quadro giudiziario: una grazia che cancella una condanna pesante

Per capire la posta in gioco, occorre ricordare i fatti originari. Nicole Minetti era stata condannata per induzione alla prostituzione – un reato, quest’ultimo, legato alle serate di Arcore nell’ambito del noto processo Ruby – e per peculato, in relazione ai rimborsi spese illeciti mentre sedeva in Consiglio regionale. La pena complessiva, quasi quattro anni di reclusione, era stata confermata in appello e in Cassazione. La grazia concessa dal presidente della Repubblica a febbraio 2026, per ragioni umanitarie (senza che vengano specificati i dettagli clinici o sociali, come prevede la prassi), ha di fatto cancellato l’esecuzione della pena. Un provvedimento straordinario, che il capo dello Stato può adottare ai sensi dell’articolo 87 della Costituzione, e che la Procura generale di Milano è chiamata a monitorare nei limiti strettissimi della sua competenza. Oggi, con questo nuovo atto, l’ufficio di Francesca Nanni dice all’inquilino del Colle: non risultano elementi per revocare o ripensare la grazia già concessa. E così, mentre il chiacchiericcio mediatico si placa, la Minetti può continuare la sua vita – senza più l’incubo del carcere alle spalle – in attesa che, eventualmente, qualche altro sviluppo giudiziario (o qualche altra rivelazione) riapra una partita che molti davano per chiusa.

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