Grazia a Minetti, la procura di Milano valuta nuove acquisizioni tra Uruguay e Spagna
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
La palla, com’era prevedibile che fosse in una vicenda così intricata, è tornata saldamente nel campo della Procura generale di Milano. Dopo le rivelazioni de “Il Fatto Quotidiano” sullo stile di vita di Nicole Minetti – quelle stesse rivelazioni che hanno spinto il Quirinale a chiedere verifiche urgenti sull’iter della grazia concessale – i legali della coppia hanno deciso di rompere gli indugi. Ieri sera gli avvocati Antonella Calcaterra, Emanuele Fisicaro e Paolo Siniscalchi hanno formalmente depositato un so fascicolo di documenti nelle mani del sostituto pg Gaetano Brusa, magistrato che ha già avuto modo di seguire da vicino le complesse pieghe di questa pratica di clemenza. L’obiettivo, dichiarato a chiare lettere dal pool difensivo, è dimostrare la natura infondata delle accuse mosse dal quotidiano diretto da Marco Travaglio, secondo cui l’ex consigliera regionale – condannata a tre anni e undici mesi tra i processi Ruby e Rimborsopoli – non avrebbe affatto abbandonato il vecchio stile di vita fatto di cene eleganti e frequentazioni mondane, limitandosi anzi a trasferire il “modus operandi” nella tenuta sudamericana “Gin Tonic” di proprietà del compagno Giuseppe Cipriani.
La testimonianza al centro della bufera
A innescare la nuova ondata di fango, come lo ha definito la difesa, è stata una testimonianza raccolta dal “Fatto” che ritrae la Minetti come una donna ancora immersa nel giro delle feste e degli incontri a pagamento. La fonte, una ex collaboratrice della struttura uruguaiana, ha rilasciato dichiarazioni pesantissime: parla di un ambiente dove modelle e ragazze arrivavano da tutto il continente per intrattenere imprenditori e politici, con l’ex igienista dentale intenta a selezionare personalmente le escort da coinvolgere negli eventi, come se niente fosse cambiato rispetto ai tempi di Arcore. Secondo questa ricostruzione, peraltro, la donna non si sarebbe mai davvero presa cura del minore adottato – il quale invece rappresentava il principale motivo umanitario per ottenere la grazia – lasciandone la gestione a una tata del posto. Di fronte a simili affermazioni, e al conseguente polverone mediatico che ne è derivato, i difensori hanno però assunto una posizione granitica: “Si tratta di ricostruzioni inveritiere e facilmente smentibili”, hanno fatto sapere in una nota stampa, annunciando di voler passare al contrattacco sul piano penale con una richiesta danni che potrebbe raggiungere i duecentocinquanta milioni di euro.
L’intervento del ministero e le verifiche sull’adozione
Mentre la difesa cercava di gettare acqua sul fuoco, i riflettori istituzionali si sono accesi su un altro aspetto, forse il più delicato, della vicenda: la regolarità della pratica di adozione in Uruguay. Non è un caso, d’altronde, che la Procura generale abbia avviato una vera e propria attività di scavo oltre confine, attivando canali rogatori e l’Interpol per mettere le mani sui documenti originali rilasciati dai giudici sudamericani. Questa fase istruttoria, richiesta espressamente dal Ministero della Giustizia dopo che il Quirinale aveva sollevato dubbi sulla fondatezza delle informazioni fornite con la domanda di grazia, riguarda la verifica capillare dello status del minore e delle modalità con cui l’affidamento è stato perfezionato. Bisogna capire, e lo si sta facendo con la massima urgenza, se le carte prodotte dalla coppia per certificare l’abbandono del bambino da parte dei genitori biologici corrispondano al vero o se, come sospettano i detrattori della Minetti, vi siano delle omissioni sostanziali; se, in altre parole, la clemenza concessa dal presidente della Repubblica poggiasse su fondamenta solide o su un castello di presunte bugie.
L’opinione critica di Oliviero Diliberto
Nel dibattito acceso che ne è scaturito, è intervenuta anche una voce autorevole e lontana dalle beghe quotidiane della politica: quella di Oliviero Diliberto, già ministro della Giustizia ai tempi dei governi di Massimo D’Alema. L’ex leader dei Comunisti Italiani, oggi fuori dal Parlamento da diciotto anni e dedito all’insegnamento in Cina, non ha usato giri di parole nel commentare la vicenda. In un’intervista rilasciata al “Foglio”, Diliberto ha chiarito come il suo comportamento sarebbe stato radicalmente diverso da quello dell’attuale guardasigilli Carlo Nordio. “Mi sarei permesso di suggerire al presidente di non concedere la grazia”, ha dichiarato senza mezzi termini, argomentando la sua posizione con un richiamo diretto alla natura dei reati commessi dalla Minetti. Secondo il giurista, almeno uno di quelli – il reato di induzione alla prostituzione – è un crimine talmente “odioso” da rendere moralmente inaccettabile, e politicamente poco opportuno, un atto di clemenza simile, indipendentemente dalle condizioni personali sopraggiunte. Un’affermazione, questa, che aggiunge un ulteriore strato di critica sostanziale al provvedimento, mentre i magistrati milanesi continuano a setacciare le carte nella speranza di separare definitivamente la verità giudiziaria dalla polvere sollevata dalle polemiche.




