Dnipro, l’ennesima notte di fuoco: due morti e feriti sotto le macerie del grattacielo colpito dai russi
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Nel cuore della notte, mentre gran parte dell’Ucraina cercava di trovare riparo tra le ombre del coprifuoco, un condominio di Dnipro è stato letteralmente squarciato dall’impatto di un missile o di un drone esplosivo, un attacco che ha trasformato il sonno in un incubo di polvere e lamiere. I soccorritori, intervenuti immediatamente sul posto nonostante i rischi di un doppio scoppio o del cedimento della struttura, hanno estratto dalle macerie ancora fumanti i corpi senza vita di due persone, mentre almeno cinque residenti risultano ancora dispersi, probabilmente intrappolati sotto un peso di calcestruzzo e travi d’acciaio. Le operazioni di salvataggio, coordinate dal capo dell’amministrazione militare regionale di Dnipropetrovsk, Oleksandr Gandzhi, proseguono senza sosta nell’area del grattacielo – che era stato centrato da uno dei vettori lanciati nottetempo dall’esercito di Mosca – in una corsa contro il tempo per tentare di udire altri flebili respiri tra le crepe dei detriti.
Non è stato solo Dnipro a svegliarsi sotto le schegge; l’intera notte è stata caratterizzata da una delle ondate più violente degli ultimi tempi, con l’aeronautica militare di Kiev che ha rilevato il lancio di due missili balistici Iskander-M accompagnati da una nuvola di 107 droni kamikaze di produzione iraniana e non solo. Le difese aeree, pur riuscendo a intercettare 96 di quezzi velivoli senza pilota, non hanno potuto impedire che almeno dieci tra droni e missili colpissero i loro bersagli in nove diverse località del Paese, causando un bilancio complessivo che le autorità hanno aggiornato a sei morti e quaranta feriti sparsi su più regioni. Queste cifre, che restano purtroppo provvisorie mentre i vigili del fuoco spengono gli incendi scoppiati nei depositi civili e nelle infrastrutture energetiche colpite altrove, raccontano la quotidianità di una guerra che non accenna a placarsi dopo quattro lunghi anni e che, anzi, sembra intensificare la pressione sulle città.
In questo contesto di devastazione sistematica – che colpisce abitazioni, impianti energetici come quelli di DTEK e persino navi mercantili come accaduto nella regione di Odessa – il presidente Volodymyr Zelensky ha comunque portato avanti una serrata agenda diplomatica: atterrato in Azerbaigian subito dopo la fine dei raid, il leader ucraino ha infatti avviato colloqui definiti “bilaterali urgenti” incentrati sulla cooperazione in materia di sicurezza ed energia. L’obiettivo dichiarato della visita a Baku, come confermato da un alto funzionario ucraino, è quello di tessere ulteriori alleanze strategiche per rafforzare la rete di difesa aerea del Paese e trovare nuove fonti di approvvigionamento energetico, un asset ormai vitale visto che Mosca ha fatto delle centrali elettriche e delle sottostazioni i suoi obiettivi prioritari per lasciare la popolazione al freddo e nell’oscurità.
Per quanto riguarda l’attacco specifico contro il condominio di Dnipro, resta alta la tensione per la sorte dei cinque dispersi: i tecnici della protezione civile stanno utilizzando microfoni e termoscanner per penetrare gli strati più profondi del cumulo di macerie del grattacielo, nella speranza che alcuni degli spazi vuoti formatisi tra le pareti crollate siano serviti da rifugio per i residenti sorpresi nel sonno. L’amministrazione di Gandzhi ha diffuso nel primo mattino numeri aggiornati sui ricoveri ospedalieri, parlando di una ventina di persone curate per fratture, ustioni e traumi da blast, sebbene i contingenti di medici mobili restino allertati in previsione di un possibile balzo del numero dei soccorsi. Le Forze Armate russe non hanno ancora ufficialmente commentato la paternità del singolo attacco al palazzo, limitandosi a comunicati standard in cui rivendicano di aver “colpito obiettivi militari e infrastrutture logistiche” che, secondo quanto sostenuto dal Cremlino, risultano “legittimi” secondo le leggi del conflitto.
Le conseguenze sui civili e la replica diplomatica da Baku
Mentre a Dnipro si scavava tra le lamiere contorte dell’edificio, in altre zone del fronte si registravano attacchi concomitanti che hanno saturato le capacità di intervento della difesa aerea ucraina. Nella sola regione di Odessa, il bilancio fornito dai funzionari locali parla di una coppia di civili uccisi e almeno quattordici feriti a causa di un duplice impatto che ha coinvolto una zona residenziale e una nave mercantile attraccata nel porto; una scelta tattica, quella di colpire i granai e le banchine, che Mosca non ha mai nascosto di considerare parte integrante del tentativo di bloccare l’economia ucraina. Lo scenario di questa guerra dei mille giorni, ormai, si ripete in un copione quasi standard: notti di allarme aereo, sciami di droni Shahed (spesso richiamati nelle cronache per la loro inconfondibile forma ad ala delta e il rumore di un motorino a due tempi), e poi i balistici Iskander che liberano il loro carico in pochi secondi, lasciando i soccorritori a contare i danni tra la cenere.
Da Baku, dove nel frattempo è atterrato il presidente Zelensky nella giornata di venerdì, filtra un’atmosfera diversa, lontana dal rombo delle esplosioni. Qui il leader ucraino sta cercando di capitalizzare il raffreddamento delle relazioni tra Azerbaigian e Russia (un deterioramento esploso dopo l’abbattimento per errore di un aereo azero da parte della difesa aerea russa, un incidente costato 38 vite) per trasformare Baku in un hub di fornitura energetica alternativa e in un partner per la produzione congiunta di sistemi di difesa. Va ricordato come l’esercito di Kiev, grazie a un’esperienza sul campo maturata in quattro anni di guerra contro droni e missili, possa offrire know-how tattico a quelle nazioni che si sentono minacciate da attacchi aerei asimmetrici. L’incontro, che rientra in un giro di consultazioni più ampio dopo la recente tappa in Arabia Saudita, non è stato definito “storico” dalla stampa locale, ma viene indicato come un passo necessario per diversificare le alleanze di Kiev, sempre più consapevole che i colpi alla rete elettrica sono una tattica russa per fiaccare la resistenza civile prima di ogni inverno.
La risposta dell’aeronautica ucraina e il quadro generale delle perdite
Analizzando i dati diffusi dallo stato maggiore di Kiev relativi alla sola scorsa notte, si evince come le forze di occupazione abbiano sferrato un doppio attacco combinato: i 107 droni avevano il compito di saturare i radar e consumare le munizioni contraeree, mentre i due missili balistici Iskander-M, lanciati direttamente dal territorio russo della regione di Rostov, rappresentavano la minaccia letale ad alta velocità. Il tasso di intercettazione dei drone, fermo al 90% (96 abbattuti), viene considerato alto dagli analisti militari, ma il restante 10% che è passato indenne ha comunque causato stragi e danni materiali in nove località distinte, creando un effetto di terrore geograficamente diffuso. Le vittime accertate delle ultime 24 ore, che si aggirano almeno sui sei morti complessivi, provengono da aree diverse del fronte: non solo Dnipro, ma anche villaggi dell’oblast di Donetsk colpiti da artiglieria pesante e l’area di Kryvyi Rih, dove due uomini sono rimasti feriti in un attacco ai depositi.
Resta alta l’attenzione sulle condizioni dei feriti di Dnipro, una ventina in totale, alcuni dei quali sarebbero stati ricoverati in terapia intensiva a causa delle ustioni riportate nell’incendio divampato dopo l’esplosione del missile. I vigili del fuoco hanno impiegato ore per domare le fiamme che hanno avvolto i piani superiori del grattacielo, un edificio che Gandzhi aveva descritto in passato come “moderno ma non abbastanza protetto” per resistere all’onda d’urto di un ordigno bellico pesante. Le ricerche dei cinque dispersi, mentre scriviamo, continuano sotto la luce dei fari artificiali, con i soccorritori che rimuovono maceria dopo maceria nella speranza di trovare vuoti d’aria dove le persone potrebbero aver trovato scampo per un miracolo. La guerra, come sempre in questi quattro anni, si gioca su questi due fronti paralleli: quello delle trattative ad alto livello per garantire le armi, e quello del fango e del cemento per strappare i corpi ai bombardamenti.




