San Stino, il corpo di Chiara Guerra ancora disperso. La confessione del nipote e il movente dell’eredità

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Redazione Interno Redazione Interno   -   A tre giorni dalla confessione resa davanti al magistrato, le acque del canale Malgher, nel Veneziano, restituiscono solo silenzi. Il corpo di Chiara Guerra, l’insegnante di lettere di 53 anni scomparsa giovedì scorso, non è stato ancora trovato nonostante le ricerche serrate di vigili del fuoco e sommozzatori, riprese all’alba di oggi dopo la sospensione notturna.

La parola del nipote diciassettenne, che ha indicato quel corso d’acqua come luogo dell’abbandono, non è bastata a chiudere il cerchio di una vicenda che ha dell’incredibile: mancano all’appello il cadavere della donna e il coltello, quello che il ragazzo dice di aver usato per colpirla nella legnaia di via Fratelli Cervi.

E più gli inquirenti, coordinati inizialmente dalla procura di Pordenone prima del passaggio degli atti a quella per i minorenni di Trieste, cercano di ricostruire quei minuti, più il quadro si colora di tinte fosche, quelle di un rancore che – a differenza di quanto ipotizzato nei primissimi momenti – non sarebbe nato da un semplice scatto d’ira. Il ragazzo, che compirà diciotto anni tra pochi mesi, ha raccontato di un litigio esploso nella proprietà di famiglia, un podere da cinquemila metri quadri con una casa colonica e una villetta più piccola dove lui vive con i genitori.

Gli investigatori, come riportano le cronache, vedono ora dietro a quelle coltellate non solo un impulso improvviso, ma un malessere sedimentato, forse legato a questioni ereditarie e a una presunta disputa patrimoniale che vedeva contrapposta la vittima al fratello, cioè al padre del giovane.

La carriola e la bugia della mano fasciata

La dinamica descritta dal giovane è agghiacciante nella sua assoluta lucidità, oltre che grottesca: dopo il delitto, avrebbe tentato di rimuovere le tracce di sangue nella legnaia, poi avrebbe caricato il corpo della zia su una carriola, coprendolo con un telo. Un trasporto che appare quasi surreale, se si considera che per gettare la salma nel canale il ragazzo dovette percorrere circa un chilometro – passa davanti ad altre abitazioni e attraversa una parte del centro abitato – in pieno giorno, spingendo quella rudimentale barella.

In paese, nelle ore successive alla scomparsa, il diciassettenne avrebbe tentato di sostenere la parte dell’innocente. Ai vicini che chiedevano informazioni rispondeva allargando le braccia, dicendosi preoccupato perché “la zia non è rientrata”. Qualcuno, vedendolo con una mano fasciata, gli ha chiesto cosa fosse successo, e lui ha risposto di essere caduto.

Una menzogna, quella sulla frattura, che i carabinieri hanno smontato quando il ragazzo, messo alle strette dall’evidenza delle immagini delle telecamere e dal ritrovamento di tracce ematiche nella legnaia, ha infine confessato.

“Faremo l’esame per lei”: il ricordo degli studenti

Mentre le ricerche proseguono e i sub si immergono nelle acque del canale Malgher fino alla foce di Caorle, dall’altra parte del paese – a pochi passi dal cancello della tenuta dove Chiara Guerra viveva da sola dopo la morte degli anziani genitori – il dolore ha assunto i toni del rito laico. Studenti e genitori dell’istituto comprensivo Rita Levi Montalcini si sono ritrovati con striscioni, fiori e cartelli per ricordare la loro “Prof con la P maiuscola”.

Emerge il ritratto di una donna riservata, che viveva per la scuola e che proprio in questi giorni stava seguendo gli esami di terza media. I suoi alunni, i “papabili” come li chiamava lei durante le interrogazioni, hanno fatto una promessa: “Cercheremo di fare un bell’esame, in modo che lei possa essere orgogliosa di noi. La porteremo sempre con noi”. Parole che strappano il velo di normalità da una tragedia di provincia dove una famiglia di insegnanti, benestante e stimata, si trova ora a fare i conti con l’orrore.

I puntini sulla ‘i’ della procura

La procura di Pordenone, pur avendo trasferito la competenza sul minore a Trieste, mantiene aperto un fascicolo per omicidio. Il procuratore, Pietro Montrone, è stato chiaro: non ci si può fermare alla confessione. Serve il corpo della vittima, servono riscontri oggettivi per inchiodare il ragazzo a quella ricostruzione che lui stesso ha fornito.

Perché se è vero che le tensioni in famiglia erano note – qualcuno riferisce di frequenti litigi tra la zia e il fratello per il patrimonio – è altrettanto vero che un diciassettenne, solitario e mai segnalato dalle forze dell’ordine, che uccide a coltellate in una legnaia gettando poi il cadavere in un canale, lascia ancora molti interrogativi aperti. L’eredità, in questo momento, resta la pista più battuta, ma per trasformare un movente in una certezza processuale ci vorrà ben altro che le parole di un ragazzo.

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