Funivia del Faito, il peso della storia: tra il disastro del 1960 e l’ultima tragedia

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Quattro vittime, un bilancio che riporta alla memoria un altro agosto maledetto, quello del 1960, quando la funivia del Faito – inaugurata appena otto anni prima – perse il controllo di una cabina, scagliandola contro i binari della Circumvesuviana. Le immagini d’archivio, conservate nell’Archivio fotografico Carbone, mostrano ciò che resta di quel disastro: ferraglia contorta e silenzi spezzati. Una storia che sembrava sepolta, fino a giovedì pomeriggio, quando un nuovo boato ha squarciato il crinale del monte.

Dall’elicottero della polizia, inviato in volo poche ore dopo lo schianto, si scorge la carcassa della cabina, semi-nascosta tra la vegetazione. Le prime ipotesi parlano di un deragliamento causato dalla rottura del cavo, con il freno d’emergenza che non sarebbe entrato in funzione. Altri esperti avanzano l’idea che l’ondeggiamento vorticoso della cabina l’abbia portata a urtare violentemente un pilone, innescando la caduta. Quel che è certo è che, pochi metri prima della stazione di arrivo, qualcosa ha ceduto. La cabina, dopo essersi bloccata per un attimo, ha ripreso la corsa all’indietro, scomparendo nella nebbia per poi schiantarsi al suolo.

Tra le vittime, tre uomini e una donna, mentre l’unico sopravvissuto – estratto dai rottami in condizioni critiche – lotta ancora tra la vita e la morte. A Castellammare di Stabia, città di 62mila abitanti in provincia di Napoli, il cordoglio si mescola alle domande. Perché, nonostante i controlli, la storia si è ripetuta?

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