Antibiotico-resistenza, la nuova frontiera: virus batteriofagi e anticorpi contro i superbatteri
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Redazione Salute
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L’immagine che viene spesso evocata quando si parla della sempre maggior diffusione dei batteri resistenti agli antibiotici, i quali cioè non rispondono più ai farmaci standard utilizzati per combattere le infezioni, è il rischio concreto di tornare a un mondo come quello precedente alla scoperta della penicillina. In quell’epoca, infatti, poteva bastare una ferita di poco conto per causare la morte del paziente. Sebbene non si sia ancora raggiunta una soglia così critica, le proiezioni per il futuro discusse durante l’ultimo congresso Top5 in Infectious Diseases, che ha riunito a Venezia i maggiori infettivologi internazionali, sono tutt’altro che confortanti: stando al rapporto Global Burden of Disease, oggi nel mondo oltre un milione di persone muore ogni anno per cause direttamente correlate alla resistenza antimicrobica, una cifra destinata a raddoppiare entro il 2050. Di fronte a questa emergenza silenziosa, che in Italia si traduce in oltre 12 mila decessi annui (un primato negativo in Europa), la ricerca sta cambiando registro: se i nuovi antibiotici scarseggeranno, bisognerà imparare a usarli meglio e, soprattutto, affiancarli ad armi completamente diverse.
Batteriofagi e anticorpi monoclonali, le nuove armi contro i superbatteri
Mentre la cronaca registra quotidianamente il fallimento delle terapie tradizionali contro patogeni come lo *Staphylococcus aureus* o l’*Enterococcus faecium*, due dei germi sotto sorveglianza nel recente rapporto AR-ISS pubblicato alla fine del 2025, i laboratori di ricerca spingono sull’acceleratore delle cosiddette “terapie di precisione”. Le soluzioni più promettenti sono rappresentate dai batteriofagi e dagli anticorpi monoclonali. I primi, spiega un primario, sono virus in grado di “attaccare i batteri, anche i più resistenti, pur rimanendo innocui per l’uomo”. La loro azione è chirurgica: al contrario dell’antibiotico ad ampio spettro che sterilizza l’ecosistema batterico intestinale, il fago colpisce solo il bersaglio patogeno. In Italia, centri d’eccellenza come l’Ospedale Sacco di Milano (dove esiste un progetto attivo con la Mayo Clinic e Yale) e l’Azienda Ospedaliera Universitaria di Pisa stanno già utilizzando questa tecnica su pazienti selezionati, anche se la standardizzazione resta un ostacolo: per ora, si deve intervenire caso per caso, isolando il virus giusto per il germe specifico del malato. Parallelamente, gli anticorpi monoclonali offrono un approccio diverso: ingegnerizzati a partire da anticorpi prelevati da pazienti guariti da infezioni multi-resistenti (come quelle da *Klebsiella pneumoniae*), si sono dimostrati letali in vitro e su modello murino in studi recentemente pubblicati su *Nature*. Il prossimo passo per queste molecole, suggeriscono i ricercatori, potrebbe essere il loro utilizzo in profilassi per pazienti ad alto rischio o in combinazione con gli antibiotici esistenti per potenziarne l’effetto.
L’emergenza silenziosa nelle intossicazioni alimentari e i limiti della ciprofloxacina
A rendere più complesso il quadro clinico quotidiano c’è anche la diffusione della resistenza nei batteri responsabili delle comuni infezioni trasmesse dagli alimenti. L’ultimo rapporto dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA), diffuso alla fine del 2025, ha acceso un faro sulla crescente inefficacia della ciprofloxacina. Questo farmaco, storicamente fondamentale per curare infezioni gravi delle vie respiratorie, urinarie o intestinali, vede oggi un’alta percentuale di ceppi di *Salmonella* e *Campylobacter* risultare insensibili al suo principio attivo. Nel caso del *Campylobacter*, la situazione è talmente degenerata che l’antibiotico non viene più raccomandato per il trattamento nell’uomo in molti contesti, mentre in ambito veterinario l’uso è stato già pesantemente limitato per preservare quel briciolo di efficacia residua. Per fortuna, non mancano segnali contrastanti: in alcuni Paesi europei si è registrata una diminuzione della resistenza della *Salmonella* all’ampicillina e alle tetracicline, segno che una pressione terapeutica più oculata inizierebbe a dare i suoi frutti.
La prevenzione strutturata con il progetto “L’Antibiotico si cura”
A Torino, intanto, il concetto di “One Health” esce dai manuali per diventare una pratica clinica e sociale. Sotto il patrocinio della Regione Piemonte, Fondazione Compagnia di San Paolo e ASL Città di Torino hanno sviluppato il progetto «L’Antibiotico si cura». L’iniziativa, che mira a creare un’alleanza tra cittadini e professionisti, si basa su tre pilastri fondamentali: l’empowerment del paziente (per insegnargli a non pretendere l’antibiotico per il raffreddore e a smaltire correttamente i flaconi scaduti), la formazione dei medici di famiglia e dei farmacisti, e interventi mirati all’interno dei reparti ospedalieri. La scelta di Torino come città pilota, in questo senso, non è casuale: l’Asl dispone già di strumenti operativi avanzati e di una rete di “ambassador” che includono gli ordini professionali e l’Istituto Zooprofilattico per monitorare i big data della sanità veterinaria, cruciali dato che l’origine di molte resistenze si trova nell’uso indiscriminato di farmaci negli allevamenti. Se la sperimentazione avrà successo, questo modello potrebbe diventare un protocollo nazionale per arginare un fenomeno che, altrimenti, rischia di diventare la prima causa di morte nel Paese entro il prossimo decennio.




