Contro i rastrellamenti dell'Ice, sciopero generale e cortei negli Stati uniti di Trump

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre la campagna violenta di remigrazione, definita da alcuni osservatori come una "grande deportazione", continua a dilaniare gli Stati Uniti di Donald Trump, la risposta popolare ha assunto una dimensione inedita e qualitativamente superiore per un Paese abituato a ben altre forme di protesta. È infatti uno sciopero generale nazionale, coordinato a livello federale da una rete di associazioni studentesche e organizzazioni per i diritti degli immigrati, a segnare questo passaggio. L’appello lanciato dagli attivisti è stato di una chiarezza cristallina: fermare la quotidianità, astenersi dalla frequenza scolastica e dagli acquisti, per riversarsi invece nelle piazze e partecipare alle mobilitazioni anti-Ice organizzate localmente in tutto il territorio nazionale. Una risposta diretta, quella dei dimostranti, al potenziamento della milizia istituita per eseguire i rastrellamenti, che oggi può contare su ventimila agenti con l’obiettivo esplicito di raddoppiare gli effettivi, offrendo incentivi economici sostanziosi e promesse di immunità a reclute spesso prive di esperienza e sottoposte a un addestramento sommario.

La struttura di una macchina espansionistica

Dietro a questa macchina in rapida espansione, secondo quanto riportato da diverse fonti, vi sarebbe la regia di Stephen Miller, consigliere speciale del presidente per le politiche di immigrazione, il cui obiettivo dichiarato è quello di raggiungere quote di rimpatrio stabilite senza troppe mediazioni. Una strategia aggressiva che, per essere portata a compimento, richiede un apparato sempre più numeroso e pervasivo, i cui metodi operativi, come testimoniano numerosi episodi di cronaca, non brillano certo per delicatezza. L’intensificarsi delle operazioni, d’altronde, non poteva che produrre una reazione altrettanto decisa da parte di chi quelle politiche le subisce sulla propria pelle o le avversa per convinzione, trasformando lo sciopero in uno strumento di lotta politica dalle connotazioni quasi europee.

Una morte che accende la protesta

A dare ulteriore carburante alla mobilitazione, contribuendo a trasformare il malcontento diffuso in un moto di partecipazione collettiva, è stato anche un fatto di cronaca nera che ha scosso l’opinione pubblica. A Minneapolis, in Minnesota, una folla si è radunata in veglia silenziosa fuori dal centro medico del Dipartimento per gli Affari dei Veterani, per ricordare Alex Pretti, un infermiere di terapia intensiva di 37 anni ucciso a colpi d’arma da fuoco da agenti federali dell’immigrazione alla fine di gennaio. L’episodio, su cui le indagini giudiziarie stanno facendo luce, ha offerto un tragico spunto di riflessione sulle conseguenze, a volte letali, dell’inasprimento delle procedure e sull’atmosfera di conflitto che esse generano.

Il volto di una resistenza quotidiana

Le manifestazioni, che hanno visto scendere in piazza migliaia di persone in città come Los Angeles, non si sono limitate alle tradizionali marce di protesta, ma hanno incluso forme di dissenso simbolico e rumoroso, come il battere su pentole e mestoli, a sottolineare il rifiuto di una normalità diventata insopportabile. È un movimento che, pur nella sua eterogeneità, sembra trovare una certa coesione proprio nella condanna senza appello delle pratiche dell’Ice e nella richiesta di un cambio di rotta radicale, mentre la macchina della remigrazione, sostenuta da ingenti finanziamenti e da una retorica pubblica incalzante, non accenna a fermarsi. Il confronto, di fatto, si è ormai spostato dalle aule del Congresso e dalle stanze della Casa Bianca direttamente nelle strade, in uno scontro frontale dove ogni parte mobilita le proprie risorse, sia esse umane che simboliche.

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