La svolta di Trump sulla Groenlandia, tra dazi e una trattativa Nato ancora da definire
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Redazione Esteri
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La crisi diplomatica scatenata dalle ambizioni statunitensi sulla Groenlandia, che aveva riportato in vita vecchie tensioni transatlantiche, sembra aver trovato a Davos una via d'uscita provvisoria, anche se ancora tutta da definire nei suoi contorni pratici. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, dopo un incontro con il segretario generale dell'Alleanza Atlantica Mark Rutte, ha infatti annunciato la creazione di un accordo-quadro riguardante l'isola artica e, contestualmente, la cancellazione dei dazi che aveva minacciato contro quei paesi europei i quali avevano inviato propri militari a rafforzare la presenza di difesa a Nuuk. Una mossa, questa, che segue di poche ore il discorso al Forum Economico Mondiale nel quale Trump aveva rinnovato aspre critiche verso i partner europei, delineando un quadro di relazioni altalenante e imprevedibile.
La mediazione di Rutte e la reticenza europea
Mark Rutte, il cui ruolo di mediatore è apparso decisivo in questa fase, ha iniziato a tessere la sua operazione di distensione immediatamente dopo il fallimentare vertice di metà gennaio a Washington, quando i colloqui tra il vicepresidente americano e i ministri degli esteri danese e groenlandese si erano conclusi senza alcun progresso. Il segretario generale della Nato, muovendosi con una certa accortezza, ha condotto un ampio giro di consultazioni che ha coinvolto non solo le autorità di Copenaghen e i governi alleati in Europa, ma anche il rappresentante permanente degli Stati Uniti presso l'Alleanza, cercando così di costruire un terreno comune prima del faccia a faccia con Trump. Nonostante l'annuncio ottimistico giunto dalla Svizzera, le reazioni nel Vecchio Continente rimangono caute, se non apertamente scettiche, poiché i dettagli dell'intesa sono volutamente vaghi e lasciano aperti numerosi interrogativi su quali possano essere, in concreto, le implicazioni per lo status dell'isola.
Cosa prevede l'accordo-quadro
Secondo quanto trapelato da alcune ricostruzioni giornalistiche, l'intesa sulla Groenlandia delineata a Davos prevederebbe il controllo americano su piccole porzioni di territorio, verosimilmente legato a installazioni militari o a siti di interesse strategico, in un'ottica di rafforzamento della postura difensiva della Nato nell'Artico, una regione diventata cruciale per gli equilibri geopolitici globali. Trump, in una significativa moderazione del tono precedentemente usato, ha per la prima volta escluso esplicitamente il ricorso alla forza per risolvere la questione, spostando la trattativa su un piano diplomatico. Tuttavia, lo stesso Rutte ha immediatamente temperato gli entusiasmi, definendo sì "positivo" l'incontro con il presidente Usa ma sottolineando, in un'intervista rilasciata a un network televisivo americano, che "resta ancora molto da fare" per giungere a un patto compiuto e che, soprattutto, il delicatissimo tema della sovranità sulla Groenlandia "non è stato discusso" con Trump.
Le implicazioni strategiche e il retroscena giudiziario
La vicenda groenlandese, al di là delle sue evidenti ripercussioni nelle relazioni internazionali, ha anche un risvolto giudiziario interno agli Stati Uniti che meriterebbe un'analisi separata, poiché si intreccia con indagini federali in corso su presunte pressioni illecite e sull'uso di fondi di provenienza opaca per finanziare operazioni di lobbying a favore di interessi commerciali legati allo sfruttamento dei minerali rari presenti nel sottosuolo artico. Alcuni di questi procedimenti, dei quali si è occupata con riservatezza la magistratura americana, potrebbero gettare una luce diversa sulle pressioni esercitate in queste settimane, rivelando come dietro la retorica della sicurezza nazionale si celino anche rilevanti affari economici. La complessità della partita, quindi, non si esaurisce nella dimensione geopolitica, ma affonda le radici in una fitta rete di interessi che le inchieste dovranno chiarire.




