Mojtaba Khamenei inaccettabile, Trump vuole dettare la successione in Iran
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Redazione Esteri
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La scomparsa dell’ayatollah Ali Khamenei, avvenuta nel corso della prima ondata di raid congiunti statunitensi e israeliani su Teheran, ha aperto una crisi istituzionale senza precedenti nella Repubblica islamica, e il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha già fatto sapere di non voler restare a guardare. In un’intervista rilasciata ad Axios, e riportata poi da diverse agenzie internazionali, Trump ha definito “inaccettabile” l’ipotesi che Mojtaba Khamenei, figlio del defunto leader, possa ascendere al ruolo di Guida Suprema, bollandolo come un “peso piuma” e rivendicando per sé un ruolo attivo nella partita che si giocherà a Tehran. La sua richiesta, e qui sta il punto politicamente più esplosivo, è quella di essere “coinvolto nella nomina”, un’ingerenza diretta negli affari interni di uno Stato sovrano che Trump ha giustificato paragonandola a quanto già fatto con il Venezuela, dove dopo la cattura di Nicolás Maduro da parte delle forze statunitensi, gli Stati Uniti hanno di fatto trattato con Delcy Rodríguez.
Un’eredità contesa tra le macerie
Mentre a Teheran e in altre città iraniane si contano i danni dei bombardamenti – con immagini che filtrano di quartieri colpiti e di una popolazione allo stremo – l’Assemblea degli Esperti, l’organismo clericale incaricato di designare il successore, si trova a dover navigare in acque turbolente. Le voci di un’elezione lampo di Mojtaba Khamenei, da tempo considerato dagli osservatori come l’erede designato grazie ai suoi profondi legami con il delle Guardie della Rivoluzione Islamica, si sono fatte insistenti già nelle ore successive all’attacco. La stessa assemblea, il cui incontro è stato rinviato o svolto in forma protetta dopo che Israele ha bombardato l’edificio che avrebbe dovuto ospitarla a Qom, sembra subire pressioni contrastanti. Da un lato, la necessità di mostrare compattezza e continuità con il regime degli ayatollah; dall’altro, l’ombra lunga della Casa Bianca che, per bocca di Trump, detta condizioni e veti, cercando di orientare la scelta verso un profilo più gradito all’Occidente o, quantomeno, verso una figura che non rappresenti una mera copia carbone delle politiche del padre.
La replica di Teheran e il fallimento del “Piano A”
La reazione dell’establishment iraniano non si è fatta attendere, ed è arrivata per bocca del ministro degli Esteri Abbas Araghchi, il quale ha liquidato le pretese di Trump con una durezza che lascia poco spazio a interpretazioni. In un messaggio pubblicato su X, Araghchi ha dichiarato che il “Piano A” di Trump, ovvero la ricerca di una rapida e pulita vittoria militare, è già fallito, e ha avvertito che il “Piano B”, questo tentativo di intromissione nella successione politica, si rivelerà un insuccesso ancora più fragoroso. Le sue parole, rilanciate dall’agenzia di stampa ufficiale Press TV, suggeriscono come la linea dura interna al regime non abbia alcuna intenzione di cedere al diktat americano, e anzi cerchi di serrare i ranghi attorno all’ipotesi di una successione interna, magari proprio quella di Mojtaba Khamenei, per blindare il sistema di potere contro le spinte esterne.
Il nodo della legittimità in un paese sotto attacco
La crisi di successione si innesta, e questo è l’aspetto forse più delicato, su un conflitto aperto e devastante. Le operazioni militari congiunte di Stati Uniti e Israele, definite da Trump come un’operazione da “15 su 10” in una recente dichiarazione, non accennano a diminuire di intensità, e l’obiettivo dichiarato del Pentagono è quello di degradare le capacità missilistiche e nucleari iraniane. In questo contesto di guerra, la scelta del nuovo leader assume i contorni di una questione di sopravvivenza per la Repubblica islamica. La possibilità che l’Assemblea degli Esperti, riunita forse già in queste ore, possa formalizzare la nomina di Mojtaba Khamenei rappresenterebbe una chiara sfida a Washington, una mossa volta a dimostrare che Tehran non si lascia intimidire dalle pressioni, nemmeno quando queste arrivano direttamente dallo Studio Ovale. Resta da capire, però, quale margine di manovra abbia realmente l’Iran in una fase in cui il suo territorio è sotto una pioggia di missili e le sue infrastrutture militari sono nel mirino del nemico.




