Trump lancia l’ultimatum all’Iran, ma Khamenei non cede: "Mai arresi"
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Redazione Esteri
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Mentre il conflitto tra Israele e Iran entra nel sesto giorno, la tensione si inasprisce con l’intervento diretto di Donald Trump, che ha rivolto a Teheran un "ultimatum finale", spingendo la crisi verso un punto di non ritorno. La guida suprema iraniana, Ali Khamenei, ha però respinto con fermezza la richiesta di resa incondizionata, ribadendo in un messaggio televisivo – diffuso con un video a bassa risoluzione e una voce dall’eco lontana – che "non ci arrenderemo mai". Un tono insolito, il suo, che ha evitato riferimenti religiosi o citazioni coraniche, scegliendo invece di appellarsi alla "nazione iraniana", quasi a sottolineare una resistenza che va oltre l’ideologia.
Trump, da parte sua, mantiene un atteggiamento ambiguo, tipico della sua strategia negoziale. "Potrei attaccare o potrei non farlo", ha dichiarato, lasciando aperta ogni possibilità senza compromettersi. Un modo per tenere sotto pressione l’avversario, come già accaduto in passato, ma che questa volta rischia di inasprire ulteriormente gli animi. L’Aiea, intanto, smentisce categoricamente che l’Iran stesse preparando un’arma atomica, contraddicendo implicitamente una delle possibili giustificazioni per un intervento militare.
Khamenei, che alcuni analisti descrivono come privo di ulteriori opzioni strategiche, sembra aver scelto la via della provocazione estrema, lanciando una nuova serie di missili in quello che appare sempre più come un gesto simbolico, quasi una sfida al destino. Per il leader iraniano, che nella retorica sciita vede nel martirio la massima espressione di gloria, una fine violenta potrebbe persino essere considerata un esito auspicabile. Ma al di là delle dichiarazioni, resta il fatto che Teheran si trova in una posizione sempre più isolata, mentre Washington – pur senza ancora schierarsi apertamente nel conflitto – continua a giocare la carta dell’imprevedibilità.




